In materia di danno biologico si sono sviluppati in giurisprudenza numerosi filoni. I giudici si sono concentrati sulle modalità di quantificazione del danno biologico, sulle fattispecie in relazione alle quali il danno biologico viene risarcito sull’onere della prova sia in materia di responsabilità contrattuale che in materia di responsabilità extracontrattuale. Tra i più ricorrenti casi in cui si è posta la questione del risarcimento del danno biologico va annoverata la fattispecie del danno da demansionamento di cui all’art 2103 c.c. Altra questione particolarmente dibattuta in giurisprudenza è quella della trasmissibilità agli eredi del diriritto al risarcimento del danno biologico.

Danno Biologico: In cosa consiste?
Il danno biologico – inteso come lesione dell’integrità psico-fisica, suscettibile di valutazione medico-legale, della persona – consiste nelle ripercussioni negative, di carattere non patrimoniale e diverse dalla mera sofferenza psichica, della suddetta lesione per l’intera durata della vita residua del soggetto leso, nel caso di invalidità permanente, oppure, nell’ipotesi di invalidità temporanea, finché la malattia perduri. Il danno morale costituisce, invece, autonoma ipotesi di danno non patrimoniale risarcibile al verificarsi di determinati presupposti, collegato intimamente all’entità ed intensità della sofferenza e dotato di piena autonomia ontologica rispetto al danno biologico, con la conseguenza che, nella determinazione della misura del suo risarcimento, il giudice non può limitarsi ad attribuire al danneggiato una quota parte del danno biologico, ma deve procedere a liquidare autonomamente il risarcimento atto a riparare la lesione dell’integrità morale, adeguando i parametri del risarcimento alla predetta entità della sofferenza e del dolore, oltre che alla lesione della dignità della persona.
Cassazione civile , sez. lav., 12 maggio 2006 , n. 11039

Il danno alla salute (o “danno biologico”) comprende ogni pregiudizio diverso da quello consistente nella diminuzione o nella perdita della capacità di produrre reddito che la lesione del bene alla salute abbia provocato alla vittima e non è concettualmente diverso dal danno estetico o dal danno alla vita di relazione, che rispettivamente rappresentano, l’uno, una delle possibili lesioni dell’integrità fisica e l’altro la impossibilità o difficoltà di reintegrarsi nei rapporti sociali e di mantenerli ad un livello normale. Di entrambi il giudice deve tenere conto nella liquidazione del danno alla salute complessivamente considerato al fine di assicurare il corretto ed integrale risarcimento dell’effettivo pregiudizio subito dalla vittima.
Cassazione civile , sez. III, 26 febbraio 2004 , n. 3868

All’interno della nozione di danno biologico rientrano tutte le conseguenze pregiudizievoli che dalla lesione della salute derivano alla complessiva qualità della vita del soggetto offeso, rimanendone esclusi solamente il danno patrimoniale in senso stretto ed il danno morale subiettivo. (Facendo applicazione del suddetto principio di diritto, la S.C. ha confermato la sentenza del giudice di merito che aveva ritenuto ricompresi nel danno biologico tutti i disagi futuri subiti da un soggetto danneggiato in un incidente stradale e dipendenti dal trauma sofferto, quali cure e spostamenti).

Danno biologico: è sufficiente perchè sia risarcibileche ci sia stato un peggioramento della qualità della vita ?
Il danno alla salute, per quanto normalmente si risolva in un peggioramento della qualità della vita, presuppone pur sempre una lesione dell’integrità psicofisica, di cui quel peggioramento è solo la conseguenza, non, essendo risarcibile la minore godibilità della vita, ma solo la lesione della salute, costituente il bene giuridicamente tutelato dall’art. 32 cost. Ne consegue che, in difetto di prova di una lesione dell’integrità psicofisica del soggetto (che sia conseguita alle sofferenze indotte dallo stress da rumore illecitamente provocato con un comportamento integrante gli estremi di reato), non è configurabile un danno biologico risarcibile.
Cassazione civile , sez. III, 18 gennaio 2006 , n. 828

Danno Biologico: Come deve essere quantificato?
In tema di risarcimento del danno la liquidazione del danno biologico può essere effettuata dal giudice, con ricorso al metodo equitativo, anche attraverso l’applicazione di criteri predeterminati e standardizzati, quali le cosiddette tabelle (elaborate da alcuni uffici giudiziari), ancorché non rientrino nelle nozioni di fatto di comune esperienza, né risultano recepite in norme di diritto, come tali appartenenti alla scienza ufficiale del giudice. La liquidazione equitativa del danno morale, poi, può essere legittimamente effettuata dal giudice sulla base delle stesse tabelle utilizzate per la liquidazione del danno biologico, portando, in questo caso, alla quantificazione del danno morale – in misura pari a una frazione di quanto dovuto dal danneggiante a titolo di danno biologico – purché il risultato, in tal modo raggiunto, venga poi personalizzato, tenendo conto della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno, con la conseguenza che non può giungersi a liquidazioni puramente simboliche o irrisorie.
Cassazione civile , sez. III, 11 gennaio 2007 , n. 394

Danno Biologico: quali sono i criteri che deve usare il giudice per la sua liquidazione?
In tema di liquidazione del danno biologico, il giudice di merito può adottare tanto il criterio equitativo puro, quanto criteri predeterminati e standardizzati, previa definizione, in quest’ultimo caso, di una regola ponderale commisurata al caso specifico. Valido criterio di liquidazione equitativa del danno alla salute sarà, pertanto, quello che assume a parametro il valore medio del punto di invalidità calcolato sulla media dei precedenti giudiziari, onde la decisione di adottare un criterio consimile non è di per sé censurabile in sede di legittimità, purché sorretta da congrua motivazione in ordine all’adeguamento del valore medio del punto alla peculiarità del caso concreto, condizioni di corretta applicazione del criterio medesimo essendo quelle del suo collegamento al danno specifico e della sua personalizzazione.
Cassazione civile , sez. III, 23 febbraio 2005 , n. 3766

Qualora alle lesioni consegua dopo un apprezzabile lasso di tempo la morte del soggetto ferito, la quantificazione del danno biologico terminale risarcibile “iure ereditario” va operata tenendo conto, delle peculiari caratteristiche del pregiudizio, che, se pure temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità.
Cassazione civile , sez. III, 23 febbraio 2005 , n. 3766

Danno Biologico: su chi grava l’onere della prova per danni derivanti dalla mancanza di misure di sicurezza sul luogo di lavoro?
Ha natura contrattuale la responsabilità del datore di lavoro per inadempimento dell’obbligo ex art. 2087 c.c., che impone l’adozione delle misure di sicurezza e prevenzione che, «secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro». E’ lo stesso datore di lavoro, quindi, ad essere gravato (ai sensi dell’art. 1218 c.c.) – quale «debitore», in relazione all’obbligo di sicurezza, appunto – dell’onere di provare la non imputabilità dell’inadempimento.
Cassazione civile , sez. lav., 25 maggio 2006 , n. 12445

Danno Biologico: in quanto tempo si prescrive il diritto a richiederne il risarcimento nel caso di danno derivante da un inadempienza del datore di lavoro?
Nell’ipotesi in cui il lavoratore chieda in giudizio l’accertamento di un diritto avente ad oggetto non già una voce ordinaria o straordinaria della retribuzione, bensì il risarcimento di un danno patito per effetto di un’inadempienza contrattuale del datore di lavoro (nella specie, danno da usura psicofisica provocato dal mancato godimento del riposo settimanale), la tutela richiesta non riguarda prestazioni periodiche o aventi causa debendi continuativa, ma l’accertamento di un debito connesso e tuttavia di distinta natura, per il quale vale la regola generale della prescrizione nel termine ordinario (decennale) e non la disciplina della prescrizione (quinquennale) dei crediti stabilita dall’art. 2948 c.c.
Cassazione civile , sez. lav., 07 marzo 2002 , n. 3298

Danno Biologico:Quand’è che il datore di lavoro è esonerato da responsabilità per i danni subiti dal proprio dipendente?
Il datore di lavoro è responsabile dei danni subiti dal proprio dipendente, non solo quando ometta di adottare idonee misure protettive, ma anche quando ometta di controllare e vigilare che di tali misure sia fatto effettivamente uso (anche) da parte dello stesso dipendente, con la conseguenza che si può configurare un esonero totale di responsabilità, per il datore di lavoro appunto, solo quando il comportamento del dipendente presenti i caratteri dell’abnormità e dell’assoluta imprevedibilità.
Cassazione civile , sez. lav., 25 maggio 2006 , n. 12445

Cosa deve provare il lavoratore che voglia risarcito il danno biologico derivante da demansionamento?
Il prestatore di lavoro che chieda la condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno (anche nella sua eventuale componente di danno alla vita di relazione o di cosiddetto danno biologico) subito a causa della lesione del proprio diritto di eseguire la prestazione lavorativa in base alla qualifica professionale rivestita, lesione idonea a determinare la dequalificazione del dipendente stesso, deve fornire la prova dell’esistenza di tale danno e del nesso di causalità con l’inadempimento, prova che costituisce presupposto indispensabile per procedere ad una valutazione equitativa. Tale danno non si pone, infatti, quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo al lavoratore che denunzi il danno subito di fornire la prova in base alla regola generale di cui all’art. 2697 c.c. (Nella specie, la sentenza impugnata, confermata sul punto dalla S.C., aveva rigettato la domanda di risarcimento del danno per essere stata la dequalificazione fatta genericamente derivare dalla privazione di compiti direttivi, per non essere stati precisati i pregiudizi di ordine patrimoniale ovvero non patrimoniale subiti, e per non essere stati forniti elementi per ritenere che si fosse verificata una lesione di natura patrimoniale, non riparata dall’adempimento dell’obbligazione retributiva, ovvero di natura non patrimoniale).
Cassazione civile , sez. lav., 04 giugno 2003 , n. 8904

Il danno da mobbing comprende anche il danno biologico? Quando una condotta vessatoria da parte del datore di lavoro integra gli estremi per il risarcimento del danno biologico?
La vittima del “mobbing” ha diritto – oltre che al risarcimento del danno patrimoniale alla professionalità specifica – alla riparazione, ex art. 2059 c.c., di tutti gli aspetti non patrimoniali di danno sofferti, nelle tre componenti del danno biologico, morale ed esistenziale.
Tribunale Agrigento, 01 febbraio 2005

Una condotta sistematica e protratta nel tempo, che concreta, per le sue caratteristiche vessatorie, una lesione dell’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro, rappresenta una violazione dell’obbligo di sicurezza posto dall’art. 2087 c.c. a carico del datore di lavoro; tale condotta si può realizzare con comportamenti materiali o provvedimenti, e prescinde dall’inadempimento di specifici obblighi contrattuali previsti dalla disciplina del rapporto di lavoro subordinato. La sussistenza della lesione del bene protetto e delle sue conseguenze dannose deve essere verificata considerando l’idoneità offensiva della condotta del datore di lavoro, che può essere dimostrata, per la sistematicità e durata dell’azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specialmente da una connotazione emulativa e pretestuosa, anche in assenza di una violazione di specifiche norme di tutela del lavoratore subordinato.
Cassazione civile , sez. lav., 06 marzo 2006 , n. 4774

In tema di prevenzione antinfortunistica, il datore di lavoro ha l’obbligo di adibire il lavoratore a mansioni compatibili con la sussistenza di patologie a lui note; la violazione di tale obbligo ingenera responsabilità risarcitoria anche del danno biologico derivato dall’infortunio.
Cassazione civile , sez. lav., 08 gennaio 2004 , n. 92

Quali differenze comporta che il danno consegua da responsabilità contrattuale in relazione all’onere della prova?
Sul datore di lavoro gravano sia il generale obbligo di neminem laedere espresso dall’art. 2043 c.c. (la cui violazione è fonte di responsabilità extracontrattuale), sia il più specifico obbligo di protezione dell’integrità psico-fisica del lavoratore sancito dall’art. 2087 c.c. ad integrazione ex lege delle obbligazioni nascenti dal contratto di lavoro (la cui violazione determina l’insorgenza di una responsabilità contrattuale). Conseguentemente, il danno biologico – inteso come danno all’integrità psico-fisica della persona in sé considerata, a prescindere da ogni possibile rilevanza o conseguenza patrimoniale della lesione – può in astratto conseguire sia all’una che all’altra responsabilità. Qualora la responsabilità fatta valere sia quella contrattuale, dalla natura dell’illecito (consistente nel lamentato inadempimento dell’obbligo di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica del lavoratore) non deriva affatto che si versi in fattispecie di responsabilità oggettiva (fondata sul mero riscontro del danno biologico quale evento legato con nesso di causalità all’espletamento della prestazione lavorativa), ma occorre pur sempre l’elemento della colpa ossia la violazione di una disposizione di legge o di un contratto o di una regola di esperienza. La necessità della colpa – che accomuna la responsabilità contrattuale a quella aquiliana – va poi coordinata con il particolare regime probatorio della responsabilità contrattuale che è quello previsto dall’art. 1218 c.c. (diverso da quello di cui all’art. 2043 c.c.), cosicché grava sul datore di lavoro l’onere di provare di aver ottemperato all’obbligo di protezione, mentre il lavoratore deve provare sia la lesione all’integrità psico-fisica, sia il nesso di causalità tra tale evento dannoso e l’espletamento della prestazione lavorativa.
Cassazione civile , sez. lav., 24 febbraio 2006 , n. 4184

E’ risarcibile come danno biologico la lesione dell’integrità fisica che genera la morte?
La lesione dell’integrità fisica con esito letale, intervenuta immediatamente o a breve distanza dall’evento lesivo, non è configurabile come danno biologico, giacché la morte non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma incide sul diverso bene giuridico della vita. Ciò a meno che non intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni subite dalla vittima del danno e la morte causata dalle stesse, nel qual caso è configurabile un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, che si trasferisce agli eredi, i quali potranno agire in giudizio nei confronti del danneggiante “iure hereditatis” . Tale principio vale per tutte le dimensioni del danno non patrimoniale, in quanto esse presuppongono un dato essenziale comune, costituito dalla permanenza in vita ed in coscienza del soggetto danneggiato, giacché è solo in virtù di quella permanenza cosciente in vita (anche solo temporanea) che il soggetto ha modo di percepire la compressione della sfera personale derivante dal danno, e di sperimentarne altresì l’impatto sulla propria sfera di vita. L’immediato decesso, soprattutto se accompagnato da una fase di brevissima agonia incosciente, preclude tale percezione, ed impedisce, pertanto il cagionarsi del danno.
Tribunale Monza, 08 maggio 2006

Qualora, con riferimento ad un’azione risarcitoria proposta dai congiunti di un lavoratore deceduto in conseguenza di un infortunio sul lavoro, venga proposta per la prima volta in appello, in assenza di autorizzazione alla emendatio nel corso del giudizio di primo grado ai sensi dell’art. 420 comma 1 c.p.c., la domanda di risarcimento del danno biologico iure hereditario, la stessa deve essere dichiarata inammissibile, escludendosi, altresì, che la medesima possa considerarsi ricompresa nella generica domanda di risarcimento di tutti i danni subiti a causa dell’infortunio, attesa la diversa natura delle due azioni, una – quellaiure proprio- avente la sua fonte nella responsabilità extracontrattuale prevista dall’art. 2043 c.c. e l’altra – quella iure hereditario – derivante invece dalla responsabilità contrattuale del datore di lavoro nei confronti del loro dante causa.
Cassazione civile , sez. lav., 08 marzo 2006 , n. 4980

Quando è che si genera un diritto al risarcimento iure hereditatis?
In tema di obbligazioni nascenti dal reato, la morte di una persona causata dall’altrui fatto illecito non fa acquistare al defunto – e quindi agli eredi – nè il diritto al risarcimento del danno biologico nè quello al risarcimento del danno per la perdita della vita; nel caso invece in cui intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni e la morte dalle stesse causata, essendo configurabile un danno biologico risarcibile subito dal danneggiato, il diritto al risarcimento è trasmissibile agli eredi che possono quindi agire nei confronti dal danneggiante “iure hereditatis”.
Cassazione penale , sez. IV, 30 ottobre 2002 , n. 1031

In tema di danno biologico, richiesto “iure hereditatis” (ma il discorso è identico per la richiesta di danno da perdita del diritto alla vita, detto anche danno tanatologico), la lesione dell’integrità fisica con esito letale, intervenuto immediatamente o a breve distanza di tempo dall’evento lesivo, non è configurabile quale danno biologico, dal momento che la morte non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma incide sul diverso bene giuridico della vita, la cui perdita, per il definitivo venir meno del soggetto, non può tradursi nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al risarcimento, trasferibile agli eredi, non rilevando in contrario la mancanza di tutela privatistica del diritto alla vita (peraltro protetto con lo strumento della sanzione penale), attesa la funzione non sanzionatoria ma di reintegrazione e riparazione di effettivi pregiudizi svolta dal risarcimento del danno, e la conseguente impossibilità che, con riguardo alla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del suo titolare e da questi fruibile solo in natura, esso operi quando tale persona abbia cessato di esistere.
Cassazione civile , sez. III, 16 maggio 2003 , n. 7632

Si trasmette agli eredi il diritto al risarcimento del danno da invalidità permanente conclusasi con la morte?
La nozione medico legale di invalidità permanente presuppone che la malattia sia cessata e che l’organismo abbia riacquistato il suo equilibrio, magari alterato, ma stabile. Ne consegue che quando la morte è causata dalle lesioni, dopo un apprezzabile lasso di tempo, il danneggiato acquisisce (e quindi trasferisce agli eredi) soltanto il diritto al risarcimento del danno biologico di inabilità temporanea e per il tempo di permanenza in vita.
Cassazione penale , sez. III, 30 gennaio 2003 , n. 7632

Quali sono i danni risarcibili derivanti da perdita di un congiunto? Quando il danno da perdita di un congiunto ha in se anche gli estremi del danno biologico?
Il danno biologico risarcibile per gli stretti congiunti della persona deceduta per effetto di illecita condotta altrui deve tener conto anche delle sofferenze causate dalla perdita del congiunto, che abbiano determinato una lesione della loro integrità psico-fisica, non essendo il relativo pregiudizio esaurito dalla liquidazione del danno morale.
Cassazione civile , sez. III, 19 maggio 2006 , n. 11761

È biologico anche il danno alla vita di coppia causato dalla nascita di un figlio malformato. Infatti, la rottura dell’equilibrio familiare, dovuta alla nascita di un bimbo con malformazioni per errata diagnosi prenatale, costituisce per i genitori un danno biologico meritevole di risarcimento. Non solo, nel caso di danno da nascita indesiderata anche il padre va indennizzato direttamente. Quest’ultimo, infatti, al pari della madre rientra tra i “soggetti protetti dal contratto” nei cui confronti la prestazione del medico è dovuta.
Cassazione civile , sez. III, 20 ottobre 2005 , n. 20320

A norma dell’art. 2043 cc., ai prossimi congiunti di un soggetto, deceduto in conseguenza del fatto illecito addebitabile ad un terzo, compete il risarcimento del danno naturale e patrimoniale, purché sia accertato in concreto che i medesimi siano stati privati di utilità economiche di cui già beneficiavano e di cui, presumibilmente, avrebbero continuato a beneficiare in futuro.
Cassazione civile , sez. III, 23 febbraio 2004 , n. 3549

Le sofferenze indotte dalla perdita del congiunto a causa di illecita condotta altrui, pur potendo attingere un grado di incommensurabile intensità, danno luogo solo in ipotesi remota alla lesione dell’integrità psicofisica degli stretti congiunti della persona deceduta. Pertanto ai fini del risarcimento del danno alla salute occorre che l’attore almeno prospetti che sia insorta malattia in senso tecnico, ancorché il relativo accertamento possa essere demandato, se del caso, alla consulenza tecnica d’ufficio.
Cassazione civile , sez. III, 03 maggio 2004 , n. 8333

Se durante il giudizio si verificano ulteriori danni possono questi essere inseriti nella domanda?
Nel giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno, l’attore può domandare il risarcimento dei danni ulteriori verificatisi nel corso del giudizio, senza limiti o preclusioni, alla sola condizione che essi costituiscano una diretta conseguenza del fatto dannoso.
Cassazione civile , sez. lav., 23 marzo 2005 , n. 6326


Costituisce danno biologico per il concepito l’errata informazione su una malformazione congenita?

L’omessa o errata informazione non ha apportato per il concepito una posizione peggiore rispetto a quella che prevedeva l’adempimento informativo da parte del medico nei confronti della gestante, pertanto, non c’è un danno di cui il nascituro nato deforme o con gravi patologie possa chiedere il risarcimento. Questo danno non può essere ritenuto ponendo a comparazione la vita malata con quella sana, proprio perché quest’ultima non ci sarebbe stata. Tantomeno può essere fatto consistere nel vivere una vita malformata, sul presupposto che ciò integri una situazione esistenziale negativa. Il danno esistenziale non esiste, essendo, invece, risarcibili le lesioni di specifici valori costituzionalmente protetti. Anche in tal caso, però, il danno non è “in re ipsa”, ma occorre la prova di un danno che presenti i requisiti di cui all’art. 1223 c.c., costituito dalla privazione o diminuzione di un valore personale per effetto della condotta dell’agente, cui commisurare il risarcimento.
Cassazione civile , sez. III, 29 luglio 2004 , n. 14488

E’ risarcibile solo quando il soggetto leso è cosciente della lesione?
Il danno biologico è risarcibile anche in capo alla d’incoscienza, poiché la lesione dell’integrità fisica è presente ugualmente sia che la vittima abbia coscienza della lesione sia che non l’abbia. Infatti, ciò che conta è l’esistenza della lesione biopsichica, che è un fatto oggettivo, non la conoscenza o la percezione di essa che la vittima possa avere avuto (nel caso di specie, la fattispecie aveva per oggetto il risarcimento “iure successionis” del c.d. “danno biologico terminale”).
Cassazione civile , sez. III, 01 dicembre 2003 , n. 18305

Come va quantificato il danno con riferimento alla invalidità temporanea e permanente?
Il danno biologico, come danno alla salute, va valutato sia in riferimento alla invalidità temporanea che in riferimento alla invalidità permanente, ed è consentito al giudice del merito liquidare il danno biologico valutando separatamente l’invalidità temporanea e quella permanente, purché il complessivo ammontare del risarcimento sia commisurato alla reale entità del danno, in quanto la liquidazione del danno biologico con importi distinti, in relazione ai due momenti della inabilità temporanea e della invalidità permanente del danneggiato, non comporta la duplicazione di una voce di danno ontologicamente unitaria, ma si risolve nell’adozione di un criterio di liquidazione ammissibile, se il riferimento alla inabilità temporanea e all’invalidità permanente non è finalizzato all’individuazione della diminuita capacità di guadagno del danneggiato, criterio non utilizzabile per la liquidazione del danno biologico, bensì all’individuazione di periodi diversi, che corrispondono ad una diversa intensità della lesione dell’integrità psicofisica del soggetto, ai quali rapportare la liquidazione equitativa di un danno, risarcibile per equivalente con una prestazione patrimoniale, atta a reintegrare un valore leso che non ha in sè immediata natura patrimoniale.
Cassazione civile , sez. lav., 30 luglio 2003 , n. 11704

Fonte: previdenza-professionisti.it