Sono ben noti i problemi che da alcuni anni, a seguito della diffusione degli impianti di condizionamento negli edifici privati, sorgono quando le immissioni di rumore (ma non solo) superano i livelli massimi previsti dalla legge. L’errata convinzione di molti condomini convinti di poter installare in maniera indiscriminata questi apparecchi, sia sulle porzioni di proprietà privata sia sulle parti condominiali, causa un contenzioso giudiziario che nei suoi termini giuridici non può che fare riferimento ai principi generali.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, che si aggiunge alle precedenti decisioni che avevano per oggetto i limiti all’installazione dei condizionatori negli edifici condominiali, è tornata a esaminare i problemi causati dalle immissioni prodotte dai condizionatori e il conseguente danno morale subito dagli altri condomini.

La sent. n. 23807/2009

La sentenza della Cassazione n. 23807 del 10 novembre 2009 si occupa della risarcibilità del danno morale degli altri condomini di un edificio, a seguito delle immissioni prodotte dalla collocazione di un condizionatore da un condomino. In realtà, la decisione afferma che non è legittima la sentenza di merito che riconosce il risarcimento del danno morale da reato, nel caso delle immissioni rumorose che concretizzino la contravvenzione disciplinata dall’art. 674 cod. pen., qualora i condomini molestati dalle immissioni non abbiano allegato e dedotto nel giudizio che la condotta illecita integrava tale ipotesi di reato; ma, letta in positivo, la sentenza della Cassazione chiarisce che, nel caso opposto in cui invece i condomini agiscano in giudizio per fare rimuovere un condizionatore che produce immissioni superiori ai limiti di legge e per chiedere il risarcimento del danno morale causato dalle immissioni in questione, la domanda di risarcimento può essere accolta soltanto qualora gli interessati abbiano allegato e dedotto nel giudizio che la condotta illecita integra la contravvenzione disciplinata dall’art. 674 cod. pen.

Art. 674 cod. pen – Getto pericoloso di cose. “Chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a 206 euro.

Ovviamente – bisogna aggiungere – non si deve dimenticare che i condomini molestati, in una situazione simile, possono chiedere anche il risarcimento per la lesione del diritto alla salute, alla sola condizione che siano in grado di dimostrarla.

Nella vicenda da cui ha avuto origine la sentenza della Suprema Corte era successo che un condominio aveva citato in giudizio una società condomina affinché fosse condannata alla rimozione del condizionatore installato dalla società nell’edificio, oltre al ristoro dei danni patiti per effetto delle eccessive emissioni sonore provocate dall’impianto. La società si era costituita in giudizio rilevando, fra l’altro, il difetto di legittimazione attiva del condominio ad azionare diritti di natura personale e quindi di competenza specifica solo dei singoli condomini, ma numerosi di loro erano intervenuti successivamente nel giudizio, formulando domande identiche a quelle del condominio.

In primo grado la domanda era stata respinta, ma il giudice di appello, riformando la decisione impugnata sia dal condominio sia dai condomini intervenuti, aveva condannato la società condomina a rimuovere il proprio impianto di condizionamento e a pagare, a titolo di risarcimento del danno morale a favore di due condomini, la somma di quattromila euro per ciascuno.

Il giudice di secondo grado aveva rilevato che il condominio non era privo di legittimazione attiva nel giudizio perché, a fondamento della sua azione, aveva dedotto non la lesione del diritto alla salute (che è configurabile soltanto in relazione a una persona fisica), ma la violazione dell’art. 15 del regolamento condominiale rivolto a tutelare la tranquillità e la salubrità dell’intero condominio; mentre i condomini erano intervenuti per far valere in giudizio anche il diritto alla salute dei singoli condomini che il condominio, in quanto tale, non è legittimato ad azionare nel merito. Nel merito della questione, il giudice di appello aveva ritenuto illecite le immissioni in quanto poste in violazione del divieto previsto dalla norma del regolamento condominiale, rilevando peraltro l’inapplicabilità, nei rapporti fra i privati disciplinati dall’art. 844 cod. civ. e art. 32 Cost., della normativa dettata a tutela dell’interesse pubblico ambientale dalla legge 447 del 26 ottobre 1995 e dal D.P.C.M. 1 marzo 1991 (ora D.P.C.M. 14 novembre 1997) in materia di inquinamento acustico.

Il giudice di secondo grado, dopo avere ricordato che – secondo la giurisprudenza di merito – si devono considerare intollerabili le immissioni superiori di 3 decibel al rumore di fondo, aveva osservato che, in base alle misurazioni effettuate dall’ARPA e dei rilievi effettuati dal consulente tecnico d’ufficio, era stato accertato che il limite di legge era stato superato in relazione alle immissioni acustiche negli immobili di due condomini, a favore dei quali veniva così liquidato il danno morale perché, pur non sussistendo la prova della lesione del diritto alla salute, le immissioni così accertate integravano l’ipotesi prevista dalla contravvenzione disciplinata dall’art. 674 cod. pen.

Contro la sentenza di condanna aveva allora proposto ricorso per cassazione la società, lamentando fra l’altro che il giudice di appello, nel liquidare il danno morale in favore dei due condomini intervenuti, aveva ritenuto che le immissioni in questione concretizzassero la contravvenzione prevista dall’art. 674 cod. pen., senza che però tale accertamento fosse stato mai richiesto nel giudizio dagli appellanti.

La Suprema Corte sul punto ha rilevato che in effetti il giudice di secondo grado, dopo avere escluso l’esistenza di un danno alla salute, aveva riconosciuto a favore dei due condomini il danno morale sul rilievo che le immissioni in questione concretizzassero la contravvenzione prevista dall’art. 674 cod. pen., senza peraltro che i due condomini intervenuti avessero mai allegato e dedotto che la condotta tenuta dalla convenuta integrasse l’ipotesi di reato così configurato dai giudici e che in tal modo la sentenza impugnata aveva posto a base della decisione un comportamento che, non essendo stato dedotto dagli intervenuti, non poteva formare oggetto di decisione.

E così la Cassazione ha cassato la sentenza impugnata e ha rinviato di nuovo la causa ad altro giudice di secondo grado.

La sentenza della Suprema Corte, quindi- pur annullando nel caso concreto la sentenza che aveva riconosciuto il danno morale ai due condomini – ha chiarito che, se al contrario i due condomini avessero dedotto in causa che la condotta illecita integrava la contravvenzione prevista dall’art. 674 cod. pen., allora sarebbe stato legittimo il riconoscimento del risarcimento del danno morale a favore dei condomini per i quali era stato accertato il superamento di limiti di legge in relazione alle immissioni prodotte dal condizionatore.

Fonte: www.professionisti24.ilsole24ore.com