TRIBUNALE PENALE DI NOLA, GUP, Dr. F. Gesuè Rizzi Ulmo, sentenza del 20 aprile 2010

MOTIVI  DELLA DECISIONE

Alla odierna udienza preliminare l’imputata TIZIA ha avanzato richiesta di giudizio abbreviato allo stato degli atti, alla cui discussione si è immediatamente proceduto.

Orbene, ritiene questo giudice che la condotta ascritta all’imputata debba essere qualificata come integrante l’illecito amministrativo previsto dal comma 2 dell’art. 316/ter c.p. e che, pertanto, vada pronunciata sentenza di assoluzione perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Dalla comunicazione di notizia di reato e dalla documentazione ad essa allegata emerge che l’imputata presentava, in data 27.12.2004, un’autocertificazione “di esenzione dal pagamento del ticket sanitario” al fine di ottenere una prestazione sociale agevolata (ed in particolare una visita “eco addome superiore e vescicale”), attestando, tra le altre cose, di appartenere ad un nucleo familiare con reddito complessivo dichiarato nell’anno precedente inferiore ad euro 8.263,31.

Sennonché i successivi accertamenti esperiti dalla Guardia di Finanza permettevano di acclarare che il reddito complessivo familiare dell’imputata per l’anno 2003 era stato invece pari ad euro 14.003.

Ne consegue che l’imputata, dichiarando il falso, ha effettivamente fruito, senza che le spettasse, di una prestazione sanitaria gratuita (peraltro è stato documentato che, a seguito della successiva intimazione a pagare il ticket sanitario indebitamente non versato, l’imputata ha provveduto a pagare la somma dovuta, pari ad euro 36,15).

Tuttavia, come si è detto in premessa, tale vicenda non è sussumibile nei delitti di cui agli artt. 640 c.p. comma 2 e 483 c.p., bensì nella fattispecie prevista dall’art. 316/ter c.p., con l’ulteriore conseguenza che, poiché il contributo percepito ha avuto un valore inferiore ad euro 3.999,96 (come si è detto, il ticket non versato ammontava ad euro 36,15), ai sensi del comma 2 del predetto articolo si configura un mero illecito amministrativo.

Ha avuto infatti modo di affermare la Suprema Corte che “integra il reato di indebita percezione di erogazioni in danno dello Stato la condotta del privato che dichiari un reddito familiare inferiore a quello effettivamente percepito al fine di ottenere l’esenzione del ticket per prestazioni sanitarie, le quali rientrano nel novero delle erogazioni pubbliche di natura assistenziale; in tal caso il reato di falsità ideologica del privato in atto pubblico è assorbito nella fattispecie di cui all’art. 316/ter c.p. anche nell’ipotesi del comma secondo, in cui il fatto integra una mera violazione amministrativa” (cfr. Cass., sez. 5, n° 41383/08).

E’ consapevole questo giudice dell’esistenza anche di un precedente invece favorevole alla configurabilità, in tale ipotesi, del delitto di truffa aggravata (cfr. Cass., sez. 2, n° 32849/07): ma tuttavia, ad avviso dello scrivente, la pronuncia di Cass., sez. 5, n° 41383/08 appare più condivisibile in quanto maggiormente aderente ai principi sanciti in materia dalle Sezioni Unite della Suprema Corte, con la sentenza n° 16568/2007.

Infatti, con tale pronuncia le Sezioni Unite hanno innanzitutto sancito il principio che nel concetto di “contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate”, evocato dall’art. 316/ter c.p., rientrano non solo i contributi a sostegno delle attività produttive, ma anche le erogazioni pubbliche di natura assistenziale (quale è, per l’appunto, una prestazione sanitaria agevolata), deponendo in tal senso l’assoluta genericità della definizione contenuta nell’art. 316/ter.

Hanno poi sancito il principio che è configurabile il delitto di cui all’art. 316/ter c.p., e non quello di cui all’art. 640/bis c.p., ogni qual volta il procedimento di erogazione non presupponga l’effettivo accertamento da parte dell’ente erogatore dell’esistenza dei presupposti del contributo, ma preveda che esso venga riconosciuto ed erogato, almeno in via provvisoria, sulla base della mera presentazione di dichiarazioni o di documenti da parte del soggetto interessato, riservando eventualmente solo ad una fase successiva le opportune verifiche; cosicché l’eventuale falsità delle dichiarazioni o della documentazione presentate è, al momento dell’erogazione, irrilevante, in quanto tale erogazione non dipende dalla veridicità di quanto in esse dichiarato e documentato e quindi, in caso che esse siano false, da un’induzione in errore dell’ente erogatore circa la veridicità del loro contenuto; ma discende automaticamente dalla loro mera presentazione, dovendo l’ente fermarsi al controllo del dato formale che tale presentazione vi sia stata.

Sarà, invece, configurabile il delitto di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche allorquando il procedimento amministrativo non preveda un’automatica concessione del contributo da parte dell’ente sulla base della mera presentazione di dichiarazioni e di documentazione, cosicché, affinché il contributo venga (erroneamente) concesso, è necessario che l’ente venga effettivamente indotto in errore circa la sussistenza dei presupposti che lo legittimano.

Orbene, le erogazioni di prestazioni sanitarie con esenzione dal ticket avvengono, per l’appunto, sulla base della mera dichiarazione del privato di averne diritto, e la verifica dell’effettiva sussistenza dei presupposti richiesti dalla legge per l’esenzione dal pagamento del ticket sanitario avviene, come infatti è avvenuto nel caso di specie, solo in un momento successivo: motivo per il quale, dovendosi escludere che l’erogazione della prestazione sanitaria agevolata consegua ad un’effettiva induzione in errore dell’ente erogatore, si configura l’ipotesi ci cui all’art. 316/ter c.p. e non quella dell’art. 640/bis c.p.

Infine, le Sezioni Unite hanno sancito il principio che la fattispecie di cui all’art. 316/ter c.p. assorbe anche il delitto di cui all’art. 483 c.p. in quanto la presentazione di dichiarazioni attestanti fatti non veri rappresenta una modalità specificamente prevista dalla norma per la realizzazione del reato.

Tale principio appare applicabile – come infatti ritenuto da Cass., sez. 5, n° 41383/08 – anche allorquando si ricada nell’illecito amministrativo previsto dal comma 2 dell’art. 316/ter c.p., atteso che l’art. 9 della L. n° 689/81 rende applicabile il principio di specialità anche tra illecito penale ed illecito amministrativo.

In conclusione, come anticipato in premessa, sulla scorta di tutte le argomentazioni suesposte, considerato che la prestazione erogata in favore dell’imputata aveva un valore ben inferiore alla soglia di punibilità stabilita dal secondo comma dell’art. 316/ter c.p., la condotta a lei ascritta integra gli estremi di un mero illecito amministrativo, con conseguente assoluzione con la formula di cui al dispositivo.

P.Q.M.

Letti gli artt. 442 e 530 c.p.p., diversamente qualificati i fatti contestati come integranti l’illecito amministrativo di cui all’art. 316/ter comma 2 c.p., assolve Tizia dai reati a lei ascritti perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Nola, 20.4.2010

Il Giudice della Udienza Preliminare

Dott. Francesco Gesuè Rizzi Ulmo