Cassazione penale , sez. I, sentenza 23.03.2010 n° 11038SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I PENALE

Sentenza 2 febbraio – 23 marzo 2010, n. 11038

(Presidente Chieffi – Relatore Cassano)

Ritenuto in fatto

1. Il 15 settembre 2009 il Tribunale di Catanzaro, costituito ai sensi dell’art. 309 c.p.p., in parziale accoglimento della richiesta di riesame formulata da G. G., annullava l’ordinanza emessa nei confronti del predetto dal gip del locale Tribunale il 18 agosto 2009, limitatamente al delitto di concorso in estorsione aggravata ai sensi dell’art. 7 l. n. 203 del 1991 (capo 11), mentre la confermava in ordine al reato di usura aggravato anch’esso ex art. 7 l. n. 203 del 1991.

Il Tribunale riteneva sussistenti i gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di usura sulla base dei seguenti elementi: a) dichiarazioni rese dalla parte offesa Emilio Giordano, la quale riferiva dell’impegno profuso presso di lui dal ricorrente nel recuperare, per conto di A. A., le somme dovute in relazione ai pregressi prestiti usurari e indicava il ricorrente come persona vicina alla cosca X. di San G. d’Ippona; b) dichiarazioni rese da D. P..

In merito alle esigenze cautelari, ritenute sussistenti sotto il profilo di cui all’art. 274, lett. c), c.p.p., il Tribunale metteva in luce la concreta gravità della condotta e la negativa personalità di G., desumibile dalla gravità dell’addebito, dalla pervicacia dimostrata nel perseverare nella condotta illecita, dal lungo lasso di tempo in cui si era protratta la condotta illecita, elementi tutti indicativi dell’assenza di remore nella realizzazione di comportamenti delittuosi e della insensibilità alla legge penale. Il Tribunale osservava, infine, che misura idonea a preservare tali esigenze appariva quella dell’obbligo di dimora nel comune di residenza.

2. Avverso la citata ordinanza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, il quale lamenta motivazione carente e apparente, non avendo il Tribunale illustrato, dopo l’analitica indicazione del pericolo di reiterazione di illeciti, i motivi per i quali fosse ritenuta adeguata la misura dell’obbligo di dimora.

Osserva in diritto

Il ricorso del Procuratore della Repubblica è fondato.

Esso implica due premesse.

1. Occorre innanzitutto osservare che il controllo affidato al giudice di legittimità è esteso, oltre che all’inosservanza di disposizioni di legge sostanziale e processuale, alla mancanza di motivazione, dovendo in tale vizio essere ricondotti tutti i casi nei quali la motivazione stessa risulti del tutto priva dei requisiti minimi di coerenza, completezza e di logicità, al punto da risultare meramente apparente o assolutamente inidonea a rendere comprensibile il filo logico seguito dal giudice di merito, ovvero quando le linee argomentative del provvedimento siano talmente scoordinate e carenti dei necessari passaggi logici da far rimanere oscure le ragioni che hanno giustificato la decisione (Sez. Un. 28 maggio 2003, ric. Pellegrino, rv. 224611).

2. Va, inoltre, evidenziato che il criterio di adeguatezza rappresenta la logica implicazione di un sistema che presenta una pluralità di misure applicabili e comporta che, nella scelta tra le varie misure contemplate dal legislatore, il giudice debba optare per quella che risulti maggiormente rispondente alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto. Il raccordo con le specifiche esigenze cautelari viene, in tal modo, ad essere determinante non solo per decidere se fare uso del potere in senso generico, ma anche per decidere quale strumento cautelare usare in concreto.

In base al criterio di proporzionalità, invece, la misura da applicare al singolo soggetto deve essere correlata all’entità del fatto per il quale si procede e alla sanzione che si ritiene possa essere irrogata (Cass., sez. VI, 15 maggio 1995, rv. 201200; Cass., sez. VI, 28 marzo 2006, rv. 233848).

3. Alla luce dei principi in precedenza richiamati sussiste il dedotto vizio di mancanza della motivazione, in quanto il Tribunale è pervenuto, in maniera meramente assertiva, alla conclusione che misura adeguata a contenere la pericolosità del soggetto sia quella dell’obbligo di dimora – accompagnato dalle prescrizioni descritte nel dispositivo – in grado di incidere sulla libertà personale di G. e di impedire, in concreto, la reiterazione delittuosa, omettendo qualsiasi correlazione logico-sistematica con le considerazioni in precedenza svolte in merito alla sussistenza delle esigenze cautelari.

Si ravvisa all’evidenza una frattura logica tra l’enunciazione dei plurimi profili di pericolosità sociale dell’indagato, rilevanti ex art. 274, lett. c), c.p.p., quali descritti nell’ordinanza impugnata (obiettiva gravità della condotta di usura aggravata, consistente lasso di tempo di protrazione della stessa, intensità del dolo che ha sorretto i comportamenti antigiuridici, assenza di remore nella loro realizzazione, insensibilità all’osservanza della legge penale), e la scelta della misura adottata (obbligo di dimora) che ha omesso qualsiasi apprezzamento dei criteri di proporzionalità e adeguatezza cui deve ispirarsi la decisione del giudice ai sensi dell’art. 275 c.p.p. e la correlazione logica di tali parametri con le specifiche esigenze cautelari riscontrate.

S’impone, pertanto, l’annullamento dell’ordinanza impugnata e il rinvio per nuovo esame al Tribunale di Catanzaro.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Catanzaro.