Responsabilità della P.A. per insidia area pedonale molo

Tribunale di Napoli, Sezione III, Sentenza n. 6229 del 27 maggio 2010

1. Con la citazione – evocando in giudizio anche la Allianz S.p.A. con cui erano intercorse trattative quale assicuratrice dell’Autorità Portuale – la C. deduceva che alle ore 20.00 circa del 27.05.2008 la stessa, in procinto di imbarcarsi su aliscafo, nell’area pedonale del Molo Beverello in Napoli, inciampava “in un’insidiosa buca, ricoperta di cartacce, non visibile, non segnalata da alcuna indicazione né interdetta al passaggio”.

Citava pertanto la convenuta Autorità – cui vanamente si era rivolta stragiudizialmente – per sentirla condannare al risarcimento del danno conseguente alle lesioni riportate, con interessi legali e rivalutazione e vittoria di spese, con distrazione.

Si costituiva l’Autorità Portuale che, nell’impugnare la domanda attrice, ne chiedeva il rigetto.

Si costituiva l’Allianz S.p.A. , che eccepiva tra l’altro il difetto di giurisdizione e comunque l’improponibilità della domanda, per non essere l’attrice titolare di azione diretta nei suoi confronti .

Si celebravano le udienze di rito, con assegnazione dei termini ex art. 183 co. 6 c.p.c.

A tanto invitate, all’udienza del 27.11.2009 le parti concludevano reiterando le proprie richieste .

2. La domanda è infondata .

Va richiamato in diritto che la Suprema Corte nel passato ha ripetutamente affermato che va esclusa l’applicabilità, nei confronti della pubblica amministrazione, della presunzione di responsabilità ex art. 2051 c.c. per danni cagionati a terzi da beni demaniali quando si ratti di beni demaniali sui quali è esercitato un uso ordinario generale e diretto da parte dei cittadini – elencandosi espressamente al riguardo il demanio marittimo, fluviale, lacuale, le strade, le autostrade e le strade ferrate – e l’estensione del bene demaniale renda impossibile l’esercizio di un continuo ed efficace controllo che valga ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per i terzi.

Successivamente nell’ambito della S.C. sono emerse tendenze volte ad affermare l’applicabilità ai casi di specie della responsabilità da cosa in custodia ex art. 2051 c.c., con opportuni temperamenti sul piano probatorio.

Con la recente sentenza della Cass. Sez. III del 9/4/2009, n. 8692, al di là dell’affermazione come “consolidato” dell’orientamento ivi recepito, si è affermato, condivisibilmente, che, in tema di responsabilità per danni da beni di proprietà della Pubblica Amministrazione, qualora non sia applicabile la disciplina di cui al’art. 2051 c.c. , in quanto sia accertata in concreto l’impossibilità dell’effettiva custodia del bene, a causa della notevole estensione dello stesso e delle modalità di uso di terzi, l’ente pubblico risponde dei pregiudizi subiti dall’utente, pur sempre la rergola generale dell’art. 2043 c.c..

Si è però chiarito che la norma non limita affatto la responsabilità della P.A. per comportamento colposo alle sole ipotesi di esistenza di un’insidia o di un trabocchetto.

Conseguentemente, secondo i principi che governano l’illecito aquiliano, graverà sul danneggiato l’onere della prova dell’anomalia del bene, che va considerata fatto di per sé idoneo – in linea di principio – a configurare il comportamento colposo della P.A. , mentre incomberà a questa dimostrare i fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità in cui l’utente si sia trovato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la suddetta anomalia o l’impossibilità di rimuover, adottando tutte le misure idonee la situazione di pericolo (cfr. altresì Cass. 6 luglio 2006, n. 15383).

Ha aggiunto la S.C. che siffatto ordine di idee ha a suo tempo ricevuto il significativo avallo della Corte Costituzionale la quale, chiamata a scrutinare la conformità con gli artt. 3, 24 e 97 della Cos. Degli artt. 2051, 2043 e 1227 c.c., ha ritenuto infondato il dubbio proprio in ragione della aderenza ai principi della Carta fondamentale del nostro Stato dell’interpretazione affermatasi nella giurisprudenza di legittimità. In particolare la Corte Costituzionale (10/5/1999 n. 156 ), adita a seguito di una ordinanza di un giudice “a quo” che, investito della risoluzione di una controversia promossa da un privato contro un Comune per i danni subiti a causa di un caduta da un motociclo prodotta dalla presenza, astrattamente percepibile in anticipo ma non segnalata, di terriccio su una strada comunale, aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale degli articoli 2043, 2051 e 1227, primo comma , c.c. in rapporto agli artt. 3, 24 e 97 della Costituzione, nel ritenere non fondata la questione, ha richiamato il principio di auto responsabilità a carico degli utenti “gravati di un onere di particolare attenzione nell’esercizio dell’uso ordinario diretto del bene demaniale per salvaguardare appunto la propria incolumità”, ed ha tra l’altro considerato la nozione di insidia -ora superata –“come una sorte di figura sintomatica di colpa, elaborata dalla esperienza giurisprudenziale, mediante ben sperimentate tecniche di giudizio, in base ad una valutazione di normalità, con il preciso fine di meglio distribuire tra le parti l’onere probatorio, secondo un criterio di semplificazione analitica della fattispecie generatrice della responsabilità in esame“.

Sempre recentemente nella medesima ottica la S.C. con altro arresto (n. 20943 del 30/09/2009) ha specificato che la c.d. insidia o trabocchetto non è un concetto giuridico, ma una mero stato di fatto, che, per la sua oggettiva invisibilità e per la sua conseguente imprevedibilità, integra una situazione di pericolo occulto. Tale situazione, pur assumendo grande importanza probatoria, in quanto può essere considerata dal giudice idonea ad integrare una presunzione di sussistenza del nesso eziologico con il sinistro e della colpa del soggetto tenuto a vigilare sulla sicurezza del luogo, non esime il giudice dall’accertare in concreto la sussistenza di tutti gli elementi previsti dall’art. 2043 cod. civ. In tale accertamento, resta ferma la facoltà del custode – ove applicabile il regime di cui all’art. 2051 c.c. – di provare che il danno è stato determinato da cause create dal danneggiato, dal custode non conoscibili né eliminabili con immediatezza neppure con la più efficiente attività di manutenzione.

3. Ciò posto, nell’applicare tali principi giuridici al caso in questione, non può non rilevarsi come – dalle risultanze dell’esame della citazione e della documentazione fotografica in atti- anzitutto si evinca che la causale per cui l’attrice sarebbe rovinata al suolo non è riconducibile ad un fatto generatore di responsabilità ex art. 2043 o 2051 c.c..

Invero, come dichiarato in citazione, la causale per la quale l’attrice sarebbe rovinata al suolo sarebbe da rintracciarsi nel fatto che ella inciampava “in un’insidiosa buca, ricoperta di cartacce, non visibile, non segnalata dal alcuna indicazione né interdetta al passaggio”.

Senonchè dalla documentazione fotografica (doc. n. 5 e 6, ove sono fotocopie di fotografie della buca prima e dopo la riparazione ) che la buca in questione si presentava del tutto visibile, anche tenuto conto del periodo primaverile e dell’orario dell’occorso.

In tale situazione la “res” – ed anche le sue eventuali anomalie – appare anzitutto come ostacolo di per sé prevedibile. Nel caso di specie il pericolo generato, pur esistente, non poteva essere che evitabile, nel senso che una persona di media diligenza avrebbe potuto accorgersi di esso.

Come rilevato dalla Corte Cost. cit. va al riguardo richiamato il principio di auto responsabilità a carico di tutti gli utenti “gravati di un onere di particolare attenzione nell’uso ordinario diretto del bene demaniale per salvaguardare appunto la propria incolumità”; onere di particolare attenzione particolarmente esigibile nel caso di specie.

Come dichiarato dalla istante in citazione, peraltro, l’accaduto si spiegherebbe perché la buca era ricoperta di cartacce (forse con ciò dovendosi intendere il connotato di non “visibilità” che l’attrice attribuisce alla buca, invece palese).

Senonchè, come non è prudente camminare su una buca, neppure è prudente camminare su cartacce, che avrebbero potuto nascondere ogni genere di pericolo, anche serissimo, onde la condotta del soggetto leso si pone come idonea ad assumere in via esclusiva la causalità dell’evento, per omissione di cautele doverose, “in primis” quella di aggirare – nella deambulazione – l’ostacolo.

La domanda va dunque disattesa.

Non può evitarsi di aggiungere che, anche sub specie di danno ex art. 2051 c.c., si ravvisano gli estremi del fortuito, avendo la parte danneggiata omesso cautele doverose.

4. Va comunque disattese l’eccezione di difetto di giurisdizione eccepita dall’Allianz.

Invero, il “petitum sostanziale” della domanda attrice si correla a danno extracontrattuale per difetto di tenuta del demanio portuale, aperto al transito privato, onde la cognizione spetta al giudice ordinario.

5. Va invece accolta l’eccezione (da qualificarsi di difetto di legittimazione passiva) con cui l’Allianz S.p.a. ha dedotto non spettare all’attrice alcuna azione diretta nei suoi confronti, essendo detta impresa mera assicuratrice dell’Autorità Portuale, senza che ciò la renda responsabile verso terzi.

Come insegna la SC (v. Cass. N. 8650 del 03/10/1996 e n. 10418 del 18/07/2002), l’obbligazione indennitaria all’assicuratore della responsabilità civile è autonoma e distinta dall’obbligazione risarcitoria dell’assicurato verso il terzo danneggiato, per modo che non sussistendo un rapporto immediato e diretto tra l’assicuratore ed il danneggiato, quest’ultimo, in mancanza di una normativa specifica, come quella in materia di assicurazione della responsabilità civile da circolazione stradale, non ha azione diretta dell’assicuratore.

La domanda va dunque rigettata anche su tali diverse basi, rilevanti ai fini del governo delle spese.

6. Sussistono giusti motivi – tenuto conto dell’effettiva pericolosità della situazione correlata ai fatti per cui causa, pur nel caso di specie non generatrice di responsabilità –per disporre la compensazione delle spese processuale nei confronti dell’Autorità Portuale.

Viceversa, le spese seguono la soccombenza nei confronti dell’Allianz S.p.A.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza o deduzione disattesa, così provvede:

1) rigetta la domanda attrice;

2) dichiara compensate tra l’attrice e l’Autorità Portuale di Napoli le spese processuale;

3) condanna l’attrice alla rifusione nei confronti dell’Allianz S.p.a. delle spese processuali, che liquida in Euro 50 per esborsi, Euro 1.100 per diritti ed Euro 2.000 per onorario, oltre IVA e CAP.

Così deciso in Napoli in data 14.05.2010

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