Il problema del consiglio nazionale forense resta sempre lo stesso: porre un freno alla dilagante presenza sul mercato di avvocati onniscienti, in grado di occuparsi di tutto e di tutti. Sono 10 mila, del resto, ogni anno i nuovi legali che arrivano sul mercato. Tutti con un unico grande problema: lavorare. Tutti. Ma più aumenta il numero degli iscritti all’albo (siamo arrivati a 240 mila iscritti; solo Roma ne ha 23 mila, quanti quelli di tutta la Francia) e più accesa si fa la concorrenza per mantenere la quota di mercato appena conquistata. In queste condizioni le specializzazioni volute dal Cnf non potevano non portare alla spaccatura politica. Che si è puntualmente verificata all’indomani dell’approvazione del regolamento del consiglio nazionale forense che prevede, come regola deontologica e quindi vincolante fino ad un certo punto, la specializzazione degli avvocati. Una specializzazione voluta in sostanza solo dai penalisti. Che, nelle more dell’approvazione del nuovo ordinamento professionale, hanno puntato i piedi e fatto sentire il loro peso politico all’interno del Consiglio nazionale. Il risultato è stato che il Cnf a tempo di record ha prodotto un regolamento che mette nuovi confini. Quindi se un avvocato si specializza in diritto societario il minimo che ci possa aspettare è che non si occupi più di infortunistica per esempio. Confini che però non sono (e non potrebbero) essere vigilati da nessuno. Insomma, l’obiettivo è di dare un po’ di chiarezza al cittadino, che oggi quando ha bisogno di un avvocato non ha strumenti per sceglierne uno. Ma la previsione è che, presa la «specializzazione» e messa la targa fuori dallo studio, gli avvocati ritorneranno a inseguire cause di ogni tipo. Insomma: specializzati sì, ma disoccupati proprio no.