Tribunali in ordine sparso sulla remissione in termini (da Guida al Diritto)

Roma,15 ottobre 2010 (Fonte)- Fumata bianca del Consiglio nazionale forense. La componente istituzionale dell’avvocatura ha, infatti, inviato ieri ai rappresentanti del Parlamento un documento contenente una soluzione a due vie per eliminare il rischio delle dichiarazioni di improcedibilità, come effetto della sentenza del 9 settembre scorso n. 19246/2010, con la quale le sezioni Unite civili della Cassazione hanno introdotto un automatismo nella riduzione dei termini per la costituzione delle parti nei decreti ingiuntivi.

La soluzione a due vie – La soluzione dovrebbe superare il problema posto dagli “ermellini” che «per esigenze di coerenza sistematica oltre che pratiche» hanno deciso che il debitore debba costituirsi entro cinque giorni, per il solo fatto di aver proposto l’opposizione. Un cambio delle regole in corsa che ha sparigliato le carte di un gioco in cui da 50 anni – in base alla giurisprudenza della stessa Corte – gli avvocati avevano fatto i conti con una scadenza che poteva essere ridotta solo «in caso di effettiva assegnazione al creditore di un termine a comparire inferiore a quello legale». L’Eureka del Cnf è dunque in due possibili interventi sul codice di procedura civile, la cui scelta definitiva è lasciata alla discrezionalità del legislatore.
La prima, spiega il Cnf, «mira ad intervenire sulla disciplina generale dei termini di costituzione (articolo 165 cpc)», dando finalmente un suggello legislativo a un orientamento costante, salvo un’eccezione decisamente datata, da circa mezzo secolo e che legava la riduzione del termine di costituzione dell’opponente-debitore alla sua scelta di fissare all’opposto-creditore un termine di comparizioni inferiore a quello ordinario. In particolare, scopo dell’intervento è quello di chiarire che «l”articolo 165 comma 1 del Cpc va interpretato nel senso che la riduzione del termine di costituzione dell’attore ivi prevista si applica, nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo – sottolineano al Cnf – solo se l’opponente abbia assegnato all’opposto un termine di comparizione inferiore a quello di cui all’articolo 163-bis comma 2 del Cpc».
La seconda soluzione prevede una lettura dell’articolo, oggetto del cambiamento di giurisprudenza, che chiarisca come «l’articolo 645, 2° comma (in seguito all’opposizione il giudizio si svolge secondo le norme del procedimento ordinario davanti al giudice adito, ma i termini di comparizione sono ridotti a metà), va interpretato nel senso che la riduzione dei termini prevista non riguarda i termini di costituzione».

Il seguito dei tribunali al principio delle sezioni Unite – Nel documento messo a punto il Consiglio nazionale forense sottolinea che «la pronuncia delle Sezioni Unite collega la riduzione dei termini di costituzione alla mera proposizione dell’opposizione. Applicando tale soluzione ai procedimenti pendenti, le costituzioni in giudizio dell’opponente successive al quinto giorno dalla notificazione dell’opposizione, tempestive secondo il diritto vivente al tempo in cui sono avvenute, sarebbero da qualificare come tardive con conseguente improcedibilità dell’opposizione e immutabilità del decreto ingiuntivo». Il rammarico espresso da Consiglio nazionale forense è quello di notare il seguito che alcuni tribunali stanno dando al principio espresso dalla Suprema corte, determinando di fatto una sorta di «smaltimento extra ordinem, con pronuncia di rito e non di merito, di una nutrito numero di cause di opposizione a decreto ingiuntivo pendenti».
Conseguenze che il Cnf bolla come «inaccettabili e contrarie ai più elementari principi processuali nonché gravemente lesive delle garanzie costituzionali del giusto processo, in quanto è  senz’altro censurabile applicare in danno delle parti decadenze o preclusioni che non sussistevano al momento del compimento dell’atto e che siano conseguenza di un mutamento giurisprudenziale».

Le indicazioni della giurisprudenza – Non tutti i tribunali remano però contro, alcuni, come ha fatto notare il Cnf, si sono avviati nella stessa direzione degli avocati degli avvocati alla ricerca di una scappatoia. Un’indicazione è arrivata da una recente sentenza con cui il tribunale di Varese ha affermato il diritto ad avere una decisione nel merito per la parte che si è conformata a un orientamento costante e in auge fino all’affermazione del nuovo principio, il cosiddetto overruling. Mentre si è spinto anche oltre il tribunale di Torino che parla di una remissione nei termini d’ufficio senza neppure la necessità di proporre la domanda. Ma è lo stesso Cnf a prendere le distanze dalla soluzione prospettata da Varese spiegando che il Tribunale ha parlato impropriamente di “overruling” applicabile solo nel caso si consideri la sentenza della Cassazione alla stregua di una norma.  «L’overruling, previsto nel sistema di common law è legato all’abrogazione di precedenti vincolanti. È dunque impropria – precisa il coordinatore della commissione del Cnf sul Codice di procedura civile Aldo Bulgarelli – questa introduzione di concetti inglesi per spiegare quanto avviene in un sistema che inglese non è».

L’impegno trasversale dei politici – Di introduzione di una norma vessatoria, da parte degli “ermellini”, parla invece il presidente dell’Associazione giovani avvocati Giuseppe Sileci. «Si continuano a ridurre drasticamente i tempi degli avvocati lasciando sempre lunghi quelli del deposito delle sentenze – si rammarica il leader dei giovani legali – non c’è nessuna utilità nel dimezzare i termini per l’iscrizione al ruolo. Senza contare – chiude il presidente dell’Aiga – che il “taglio” è stato fatto a prescindere dal peso che ha sulla tempistica il cattivo funzionamento degli uffici che molto spesso non restituiscono l’atto in tempo». Gli avvocati confidano ora nell’intervento della politica. Una promessa d’aiuto che questa volta è trasversale. All’impegno preso dal presidente della Commissione Senato Filippo Berselli, che ha annunciato l’intenzione di recepire l’indicazione dell’avvocatura in un disegno di legge, si è aggiunta anche la disponibilità da parte dell’opposizione. I parlamentari del Partito Democratico Lanfranco Tenaglia, Tino Iannuzzi, Anna Rossomando e Mario Cavallaro, componenti della commissione Giustizia della Camera hanno fatto proprie le preoccupazioni espresse dal Consiglio nazionale Forense a nome dell’avvocatura italiana e si sono impegnati a presentare immediatamente una proposta di legge che introduca un rimedio alla situazione che si è creata. Sembra dunque a portata di mano quella “leggina” in grado di interrompere gli incubi dei legali sulle “rottamazioni di massa”.

L’ordinanza del tribunale di Milano, 13 ottobre 2010
L’ordinanza del tribunale di Pavia, 14 ottobre 2010

Tribunale di Varese, sezione I civile, sentenza 8 ottobre 2010 n. 1274
Comunicato Cnf, proposta di legge 14 ottobre 2010
Tribunale di Pavia, ordinanza 14 ottobre 2010
Tribunale di Milano, ordinanza 13 ottobre 2010
Tribunale di Torino, sezione I civile, ordinanza 11 ottobre 2010

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