Pignoramento presso terzi: sufficiente l’esibizione del titolo e non il possesso materiale da parte dell’uff. giud.

Cass. civ. Sez. III, Sent., 04-10-2010, n. 20596

Svolgimento del processo

La società G.R. snc proponeva opposizione agli atti esecutivi avverso l’atto di pignoramento presso terzi promosso da M.M. nei suoi confronti.

Esponeva che il creditore istante aveva promosso un precedente pignoramento presso terzi; che successivamente, utilizzando la stessa copia spedita in forma esecutiva in relazione al primo pignoramento, aveva proceduto a promuovere una seconda esecuzione nelle stesse forme; che era onere del creditore istante, al fine di procedere al successivo pignoramento, munirsi di una seconda copia del titolo esecutivo; che, in mancanza, il secondo pignoramento era irregolare e doveva essere dichiarato nullo.

Si costituiva il M. che contestava la fondatezza dell’opposizione.

Il tribunale, con sentenza del 27.6.2005, rigettava l’opposizione.

Ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi la G.R. snc. Resiste con controricorso il M..

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa, applicazione degli artt. 618 bis e 429 c.p.c. e dell’art. 156 c.p.c., comma 2 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Sostiene che, trattandosi di opposizione agli atti esecutivi in relazione a controversia di lavoro, il giudice non aveva applicato il rito del lavoro, autorizzando la discussione orale e dando lettura del dispositivo in udienza, con la conseguente nullità della sentenza nella forma emessa.

Il motivo non è fondato.

Come risulta dalla stessa sentenza impugnata,, la causa è passata in decisione, precisate le conclusioni, alla scadenza dei termini concessi ex art. 190 c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica e depositata successivamente, senza che il giudice avesse autorizzato la discussione.

Ora, se questo è l’iter seguito, se ne deve necessariamente dedurre che il giudice di merito non ha applicato il rito del lavoro, come avrebbe dovuto, ma la censura di nullità della sentenza non può essere condivisa.

Il giudice, infatti, che sarebbe dovuto essere il giudice del lavoro (ma ai fini che qui interessano il rilievo è privo di interesse, non integrando la ripartizione delle funzioni fra sezioni ordinarie e sezione lavoro una questione di competenza, ma di distribuzione interna allo stesso ufficio (Cass. ord. 23.9.2009 n. 20494), che non svolge rilievo ai fini della dedotta nullità della sentenza) ha trattato la casa come ordinaria;

di qui l’irrilevanza della mancata lettura del dispositivo in udienza.

E’, infatti, principio pacifico quello per cui la mancata adozione del rito del lavoro non è causa di nullità del procedimento e della relativa sentenza, qualora non abbia comportato violazione delle norme sulla competenza od un concreto e specifico pregiudizio ad una delle parti con riguardo al regime delle prove ed all’esercizio del diritto di difesa (v. anche Cass. 13.4.2010 n. 8721): violazioni, queste, che non sono state neppure dedotte.

Con il secondo motivo denuncia la omessa motivazione su punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 in ordine alla mancanza della data in cui l’ufficiale giudiziario avrebbe attestato di avere preso visione del titolo e del precetto.

Sostiene che il giudice di merito avrebbe omesso di pronunciarsi su di un punto decisivo della controversia, relativo alla mancata indicazione della data “in cui l’ufficiale giudiziario avrebbe attestato di avere preso visione del titolo e del precetto”.

Il motivo è inammissibile sotto vari profili.

Da un lato, la questione posta con il motivo, infatti, è nuova, non avendo costituito oggetto delle censure formulate con l’opposizione proposta; con la sua conseguente improponibilità per la prima volta in questa sede di legittimità.

Dall’altro, l’inammissibilità è predicabile anche per avere fatto valere, con il ricorso per cassazione avverso sentenza in materia di opposizione agli atti esecutivi – secondo la disciplina ratione temporis applicabile -, un supposto vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, censurabile invece, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, sotto il profilo della mancanza, ovvero della contraddittorietà logica, della motivazione, soltanto nei limiti in cui vengano in questione accertamenti su fatti rilevanti ai fini dell’applicazione di norme di diritto sostanziale; in modo tale che possa dirsi violata la norma che impone al giudice di esporre i motivi in fatto della decisione (v. anche Cass. 30.6.2005 n. 13978).

Pur essendo assorbente il profilo dell’inammissibilità in precedenza indicato, deve sottolinearsi che la censura non sarebbe stata neppure fondata, non essendo previsto da alcuna norma che l’ufficiale giudiziario indichi esattamente il momento di presa visione del titolo esecutivo; essendo, viceversa, necessario che ne prenda visione; e potendo questo momento coincidere anche con la notifica del pignoramento.

Nè l’eventuale, mancata presa visione del titolo esecutivo è stata contestata all’ufficiale giudiziario;

anzi la circostanza sembra essere corroborata dal fatto che la contestazione del ricorrente muove proprio dall’assunto che, con la stessa copia del titolo esecutivo, siano stati eseguiti due pignoramenti.

Con il terzo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2100 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Sostiene che, mentre l’ufficiale giudiziario aveva apposto la propria firma in calce all’attestazione dell’attività compiuta il (OMISSIS) presso l’Ufficio Postale di (OMISSIS) ed il Monte dei Paschi di Siena – agenzia di (OMISSIS), eguale sottoscrizione non avrebbe apposto con riferimento all’attività svolta a (OMISSIS), con la consequenziale inapplicabilità del disposto dell’art. 2700 c.c..

Il motivo, al limite dell’inammissibilità, non è fondato per le ragioni che seguono.

A prescindere, anche in questo caso, dal rilievo di novità del motivo, non sollevato specificamente con l’opposizione agli atti esecutivi, deve rilevarsene la sua manifesta infondatezza.

La sentenza impugnata da atto che “Nella relata di notificazione del verbale di pignoramento n. (OMISSIS) l’ufficiale giudiziario da espressamente atto di avere preso visione del titolo esecutivo e del precetto e tale dichiarazione – siccome proveniente da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni – fa piena prova fino a querela di falso”.

Ora, se la ricorrente avesse voluto censurare l’affermazione contenuta nella sentenza sotto il profilo dell’insussistenza materiale di una tale dichiarazione, avrebbe dovuto, sul punto, proporre ricorso per revocazione.

Se, poi, avesse voluto sostenere la falsità della dichiarazione, da parte dell’ufficiale giudiziario, avrebbe dovuto proporre querela di falso: entrambe le formalità non sono state seguite.

Il motivo proposto, invece, di vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 2700 c.c. non coglie nel segno.

Con il quarto motivo denuncia la violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato ex art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4 per omesso esame di un punto decisivo della controversia in ordine alla mancata valutazione della relata del primo pignoramento n. (OMISSIS) ed alla restituzione dei titoli da parte dell’ufficiale giudiziario al creditore procedente.

Assume che il tribunale non avrebbe esaminato la relata del primo pignoramento ((OMISSIS)), per derivarne che il titolo non era stato restituito e, quindi, non avrebbe potuto essere consegnato per il secondo pignoramento.

Il motivo è, per un profilo, inammissibile; in ogni caso, manifestamente infondato.

Infatti, in tema di ricorso per cassazione, ai fini dell’ammissibilità del motivo, con il quale si lamenta un vizio del procedimento (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) per erronea individuazione del chiesto ex art. 112 c.p.c., è necessario che il ricorrente, alla luce del principio di autosufficienza dell’impugnazione, indichi le espressioni con cui detta deduzione è stata formulata nel giudizio di merito (v. anche Cass. 30.4.2010 n. 10605); ciò che, nel caso in esame, non è avvenuto.

Il motivo è – come già detto -, in ogni caso, anche manifestamente infondato.

Anche a considerare un supposto, mancato esame, da parte del giudice di merito, in ordine alla relata riguardante il primo pignoramento, infatti, la circostanza non assumerebbe alcun rilievo di decisività nell’economia difensiva, ai fini perseguiti dalla ricorrente, posto che la censura, sulla quale è incentrato l’interesse del ricorrente, si sostanzia nel rilievo per cui, con la stessa copia del titolo, l’ufficiale giudiziario avrebbe proceduto al secondo pignoramento – ciò che non avrebbe potuto fare -senza, peraltro, censurare la ritenuta, mancata presa visione del titolo esecutivo da parte dell’ufficiale giudiziario.

In ogni caso, a prescindere dall’inconsistenza della censura, deve ulteriormente sottolinearsi che se il titolo non fosse stato restituito al creditore procedente, sarebbe rimasto nella disponibilità dell’ufficiale giudiziario, il quale, quindi, avrebbe potuto eseguire il secondo pignoramento, la cui notifica al debitore è avvenuta, contestualmente alla notifica del primo pignoramento, il (OMISSIS).

Con il quinto motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 488 c.p.c., comma 2, e dell’art. 543 cod. proc. civ. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Sostiene l’erroneità della sentenza di merito che ha ritenuto che il creditore istante non avesse l’onere di farsi autorizzare al rilascio di copia autentica del titolo esecutivo, ai sensi dell’art. 488 c.p.c., poichè in possesso dello stesso e che, ai fini della regolarità dell’esecuzione forzata nelle forme del pignoramento presso terzi, fosse sufficiente l’esibizione del titolo.

Il motivo non è fondato.

Ai fini della regolarità dell’esecuzione forzata nelle forme del pignoramento presso terzi ai sensi dell’art. 543 c.p.c. – come nella specie – è sufficiente, infatti, l’esibizione del titolo e non il possesso materiale dello stesso nelle mani dell’ufficiale giudiziario.

Quest’ultimo, poi, sempre secondo la disciplina prevista dalla norma citata, dopo avere proceduto alla notificazione dell’atto di pignoramento presso terzi, è tenuto a depositare immediatamente l’originale nella cancelleria del tribunale per la formazione del fascicolo, ai sensi dell’art. 488 c.p.c..

Nel fascicolo devono essere inseriti il titolo esecutivo ed il precetto, depositati dal creditore pignorante – ai sensi dell’art. 543 c.p.c., u.c. – al momento della sua costituzione.

Soltanto a questi fini sarà rilevante il deposito del titolo esecutivo e del precetto, ma non per la validità del pignoramento.

Nè è consentito anticipare ad un momento precedente, quello che è un onere per la regolare costituzione delle parti nel processo di esecuzione.

Ne deriva che, non essendo previsto, in questa forma di espropriazione, che il titolo esecutivo sia materialmente nelle mani dell’ufficiale giudiziario – essendone invece necessaria soltanto la sua esibizione – nessun obbligo od onere incombeva al creditore istante di rilascio di copia del titolo esecutivo, ai sensi dell’art. 488 c.p.c., comma 2 d’altra parte, la previsione dell’art. 488 c.p.c., comma 2, per il promovimento della seconda procedura esecutiva presso terzi.

Pertanto, la dichiarazione dell’ufficiale giudiziario di avere preso visione del titolo esecutivo, contenuta nella relata del verbale del secondo pignoramento – di cui da atto la sentenza impugnata – al momento della notificazione di tale pignoramento, costituisce l’unico, effettivo e compiuto adempimento cui era, a quel momento, subordinata la validità del pignoramento eseguito.

D’altra parte, la previsione dell’art. 488 c.p.c., comma 2 si riferisce alla diversa ipotesi in cui l’ufficiale giudiziario, nel compiere il pignoramento, debba essere munito del titolo esecutivo;

ed è norma posta nell’interesse del creditore, il quale, se non in possesso del titolo esecutivo perchè depositato, qualora intenda promuovere una nuova esecuzione, dovrà farsi autorizzare a depositare in luogo dell’originale, una copia autentica del titolo esecutivo.

Ha ciò che è risolutivo è che – diversamente da quel che sembra sostenere la ricorrente – il titolo esecutivo non esaurisce la propria efficacia nel momento della notificazione del pignoramento, essendone il suo possesso rilevante nel collegamento creditore procedente – giudice dell’esecuzione; ragion per cui è in questa ottica che lo stesso creditore procedente deve essere sempre in grado di dimostrare l’esistenza del titolo esecutivo che lo legittima al promovimento dell’azione esecutiva.

Pertanto, anche sotto questo profilo, la censura non è fondata.

Conclusivamente il ricorso va rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e, liquidate come in dispositivo, vanno poste a carico della ricorrente.

Non può essere, invece, accolta la richiesta di condanna al pagamento di una somma equitativamente determinata, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 4, posto che la norma invocata non è applicabile, ratione temporis, nella specie.

La norma, infatti, introdotta dal D.Lgs. n. 40 del 2006 (ed abrogata, con riferimento alla L. n. 69 del 2009, comma 4), è applicabile soltanto alle sentenze pubblicate successivamente al 2.3.2006; nel caso in esame, invece, la sentenza impugnata è stata depositata in cancelleria il 27.6.2005.

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