Cass. civ. Sez. III, Sent., 17-12-2010, n. 25644Svolgimento del processo e motivi della decisione

1. Il C., proprietario di un immobile commerciale, intimava sfratto per morosità e citava per la convalida la società conduttrice Polidrica, che aveva stipulato il contratto di locazione per utilizzare il locale – dopo qualche giorno oggetto di un incendio – come deposito di mezzi meccanici. Il Tribunale, con sentenza del 13 ottobre 2003, il cui dispositivo veniva letto all’udienza del 29 settembre 2003, rigettava la domanda.

Il C. proponeva appello con ricorso depositato in cancelleria il 29 novembre 2004 e notificato, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, il 14 dicembre successivo. La Corte d’appello (sentenza del 17 dicembre 2005), riteneva tempestivo l’appello, tenuto conto del prolungamento per la sospensione feriale, applicabile alla fase ordinaria che segue a quella sommaria di sfratto, e della proroga di un giorno, conseguente alla scadenza in giorno festivo (al contrario di quanto sostenuto dalla società appellata, secondo la quale, trattandosi di procedimento di sfratto, non era suscettibile di sospensione feriale). Quindi, precisato che non si discuteva della risoluzione del vincolo contrattuale alla scadenza del contratto, condannava la società Polidrica al pagamento dei canoni dovuti per l’intera durata dello stesso, oltre accessori.

2. Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società Poliedrica, con cinque motivi. Ha resistito con controricorso il C..

3. Con il primo motivo, la società deduce l’inammissibilità dell’appello, essendo stato il ricorso, unitamente al decreto, notificato dopo la scadenza del termine, comprensivo della sospensione feriale (un anno e quarantasei giorni) e, quindi, tardivamente, avuto riguardo al momento della notifica, rilevante quando, come nella specie – non essendo intervenuto un provvedimento formale di mutamento del rito ex art. 667 c.p.c. – la fase sommaria è proseguita come giudizio avente ad oggetto un’azione di risoluzione contrattuale e si applica il rito ordinario e non quello speciale del processo del lavoro.

Preliminarmente deve dirsi che, trattandosi di violazione di norme processuali, è irrilevante la circostanza che la società ora ricorrente abbia sostenuto dinanzi al giudice di secondo grado una ragione di inammissibilità diversa (v. 1) da quella argomentata con il ricorso per cassazione, che qui si esamina.

Il motivo va rigettato essendo stato l’appello tempestivamente proposto mediante il deposito del ricorso.

E’ pacifico nella giurisprudenza della Corte che, nel cosiddetto processo locatizio, la sospensione feriale dei termini si applica per la fase (ordinaria, anche se di rito speciale) che segue quella sommaria di convalida di licenza per finita locazione o di sfratto, salvo che l’urgenza sia dichiarata con apposito provvedimento (da ultimo Cass. n. 12979 del 2010), atteso che a tale fase, pur soggetta al rito speciale del lavoro, non si applica la L. n. 742 del 1969, art. 3, che si riferisce alle controversie individuali di lavoro e non invece a tutte le controversie per le quali, come quelle in materia di locazioni, è adottato il rito speciale del lavoro (da ultimo Cass. n. 11607 del 2010). Quindi, il termine utile ai fini dell’impugnazione è di un anno e quarantasei giorni.

Ai fini della tempestività rileva il deposito del ricorso. Infatti, secondo pacifica giurisprudenza, nel rito speciale del lavoro per la tempestività dell’appello (con riferimento sia al termine breve, sia a quello annuale), è necessario soltanto che entro il termine stabilito venga eseguito il deposito del ricorso presso la cancelleria del tribunale, deposito che determina di per sè l’instaurazione del rapporto processuale ed esclude definitivamente la decadenza dall’impugnazione; non rilevando se la notificazione del ricorso (e del decreto presidenziale ex art. 435 c.p.c.), la quale attiene alla vocatio in ius dell’appellato, venga effettuata posteriormente alla scadenza del suddetto termine (Cass. n. 2870 del 1995).

All’applicabilità del rito speciale del lavoro non osta, nel caso di specie, la mancata emanazione del provvedimento ex art. 667 c.p.c. per il mutamento del rito sommario al rito speciale locatizio, soggetto al rito speciale del lavoro, stante la lettura in udienza del dispositivo della sentenza in primo grado. Questo dato, caratterizzante il rito del lavoro, oltre ad essere congruente rispetto alla controversia locatizia, ha comunque determinato l’apparenza di tale rito e la conseguente applicabilità delle forme dello stesso per l’impugnazione della sentenza, attesa l’operatività del principio dell’affidamento (per una diversa applicazione del principio di apparenza si v. cass n. 9694 del 2010).

Conseguentemente, non possono valere le forme del rito del processo ordinario e, ai nostri fini, la data della notifica dell’atto di citazione in appello.

4. Con i successivi motivi di ricorso, la società ricorrente – al fine di escludere l’obbligazione del pagamento dei canoni – sostiene:

da un lato (motivi secondo e terzo), che subito dopo l’incendio erano state riconsegnate le chiavi al proprietario, così determinandosi l’anticipata risoluzione consensuale del contratto di locazione stipulato; dall’altro (motivi quarto e quinto), che il contratto di locazione si era estinto per fatti sopravvenuti (l’incendio) non imputabili al conduttore.

4.1. Il secondo motivo è inammissibile perchè il ricorrente, deducendo la violazione dell’art. 116 c.p.c., in ordine alla valutazione delle risultanze probatorie relative alla riconsegna delle chiavi, contrappone la propria alla valutazione fatta dal giudice. Questi, invece, ha escluso che potesse ritenersi provata l’avvenuta riconsegna delle chiavi al proprietario, analizzando le deposizioni testimoniali, con motivazione logicamente supportata, e dando conto delle ragioni dell’inattendibilità, anche tenendo conto di quanto emergente dalla c.t.u..

4.2. Il terzo motivo è inammissibile, innanzitutto perchè argomenta a partire da un giudizio ipotetico della Corte di merito; inoltre, perchè presuppone che sia stata raggiunta la prova della consegna delle chiavi, che è, invece, esclusa per quanto si è detto motivando sul primo motivo. Infatti, la ricorrente deduce la violazione dell’art. 1220 c.c., sostenendo che il giudice avrebbe errato nel non riconoscere alla riconsegna delle chiavi il valore dell’offerta informale. Ma, come detto, il giudice ha motivatamente escluso che la riconsegna delle chiavi sia avvenuta e, quindi, il dato fattuale a partire dal quale si sarebbe potuto discutere se poteva o meno ritenersi integrata una offerta non formale.

4.3. Il quarto motivo va rigettato. Con questo si deduce la violazione dell’art. 1584 c.c., in una con l’omessa valutazione delle risultanze della c.t.u. ai fini della sopravvenuta impossibilità, non imputabile al debitore, dell’utilizzazione della cosa locata secondo l’uso pattuito, idonea a determinare l’estinzione del rapporto e ad escludere l’obbligo di pagamento dei canoni. Anche a prescindere dal rilievo attribuito nella stessa prospettazione della censura al profilo della non imputabilità al conduttore del fatto sopravvenuto (che viene in questione con il successivo motivo di ricorso), l’invocazione dell’art. 1584 c.c. – al quale la sentenza impugnata non fa correttamente neanche implicito riferimento – è del tutto fuori luogo, se solo si consideri che, pur ammettendo l’inidoneità all’uso pattuito, da tale inidoneità non discende di per sè, ai sensi del 1584 c.c., lo scioglimento del contratto (arg. da Cass. n. 372 del 1997).

4.4. Con il quinto motivo, sempre al fine di escludere l’obbligo di pagamento dei canoni, si deduce la violazione dell’art. 1588 c.c., sotto il profilo che la presunzione di colpa a carico del conduttore sancita da tale articolo in caso di incendio, quando questo è opera di terzi non individuati, sarebbe superabile con la prova di aver adempiuto ad ogni dovere del buon padre di famiglia (si v. quesito, pur non richiesto).

E’ pacifico, secondo la giurisprudenza della Corte (da ultimo Cass. n. 11972 del 2010), che l’art. 1588 c.c., in base al quale il conduttore risponde della perdita e del deterioramento della cosa locata anche se derivante da incendio, qualora non provi che il fatto si sia verificato per causa a lui non imputabile, pone una presunzione di colpa a carico del conduttore, superabile soltanto con la dimostrazione che la causa dell’incendio, identificata in modo positivo e concreto, non sia a lui imputabile, onde, in difetto di tale prova, la causa sconosciuta o anche dubbia della perdita o del deterioramento della cosa locata rimane a suo carico. Ne discende che, a tal fine, non è sufficiente che il conduttore non sia stato ritenuto responsabile in sede penale, perchè ciò non comporta di per sè l’identificazione della causa, ma occorre che questa sia nota e possa dirsi non addebitabile al conduttore.

Nel nostro caso, il giudice di merito ha ritenuto non esserci la rigorosa prova che la causa dell’incendio non sia imputabile al conduttore.

La società ricorrente, nel prospettare una diversa operatività dell’onere probatorio, non assolve al requisito di autosufficienza che il motivo deve rispettare a pena di inammissibilità.

Infatti, mentre fa riferimento alle denunce penali contro ignoti per l’incendio, presentate dal proprietario e dal conduttore (e indica dove trovarle in atti), non dice dove è la sentenza di assoluzione del proprietario per non aver commesso il fatto, nè dove risulta che l’incendio fu opera di terzi rimasti ignoti, nè dove sia stata accertata la regolare chiusura della porta di ingresso.

Il motivo, quindi, prima ancora che infondato sulla base della giurisprudenza consolidata fatta propria dalla sentenza impugnata, è inammissibile.

5. Le spese, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.