Danni morali per il turista truffato

Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 25-05-2011) 09-06-2011, n. 23154

Motivi della decisione

Il terzo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

La mancata o incompleta indicazione in sentenza – nel caso di specie di appello – del capo di imputazione non ne determina la nullità, in quanto l’enunciazione dei fatti e delle circostanze ascritti all’imputato può essere desunta dal contenuto complessivo della decisione. (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 1137 del 17.12.2008 dep. 13.1.2009 rv 242548).

Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato e svolge censure di merito.

Anzitutto va ricordato che il giudice di legittimità, ai fini della valutazione della congruità della motivazione del provvedimento impugnato, deve fare riferimento alle sentenze di primo e secondo grado, le quali si integrano a vicenda confluendo in un risultato organico ed inscindibile. (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 11220 del 13.11.1997 dep. 5.12.1997 rv 209145).

Ciò premesso dalla sentenza di primo grado risulta che il proprietario dell’abitazione locata dalla C., E. G., aveva condotto le parti civili in contrada Rekhale, segnalando loro che tale abitazione non era un dammuso e chiedendo se la C. lo avesse qualificato come tale. Inoltre aveva lasciato loro candele nel caso fosse mancata la corrente elettrica.

Nell’abitazione in questione era possibile accendere solo l’illuminazione, perchè in caso di uso di frigorifero o condizionatori cessava l’erogazione dell’energia in quanto ciò comportava l’assorbimento di un quantitativo maggiore di quello consentito. L’acqua era sporca e calda, le camere da letto erano prive di finestre e l’abitazione sorgeva sopra una fa vara, cioè una sorgente termale. La C. aveva detto che si era trattato di un disguido e che avrebbe trovato un’altra sistemazione, cosa che poi non avvenne. Il (OMISSIS) B.L. aveva accusato un malore per il forte caldo dell’abitazione e le parti civili si erano poi trasferite in un albergo, mentre Fa. e Ga. avevano trovato ospitalità nel dammuso di loro amici. Il medico delegato d’igiene aveva rilevato il caldo eccessivo. E.G. aveva dichiarato di aver raccomandato alla C. di non qualificare l’immobile come dammuso in quanto non ne aveva dei requisiti. La C. aveva invece stipulato con l’Agenzia Ruggeri un contratto per la fornitura di dammusi standard. Tali immobili non erano stati specificamente individuati nel contratto, ma dovevano essere individuato di volta in volta dalla C..

In tale valutazione di merito non si ravvisa alcuna manifesta illogicità nè violazione di legge.

Infatti, contrariamente a quanto si sostiene nel ricorso, richiamando anche la richiesta di archiviazione, questa Corte ha affermato che “in tema di truffa contrattuale il reato è configurabile non soltanto nella fase di conclusione del contratto, ma anche in quella della esecuzione allorchè una delle parti, nel contesto di un rapporto lecito, induca in errore l’altra parte con artifizi e raggiri, conseguendo un ingiusto profitto con altrui danno” (Cass. Sez. 2^ sent. n. 9323 del 20.1.1988 dep. 21.09.1988 rv 179203).

Ciò è quanto i giudici di merito hanno ritenuto essere avvenuto anche in ragione dell’iniziale dichiarazione di disponibilità a sostituire l’abitazione. Il motivo di ricorso è manifestamente infondato.

Il Tribunale ha liquidato sia il danno materiale che quello morale nella somma complessiva di Euro 10.000,00.

In tema di liquidazione del danno morale, la relativa valutazione del giudice, in quanto affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi, costituisce valutazione di fatto sottratta al sindacato di legittimità se sorretta da congrua motivazione. (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 34209 del 17.6.2010 dep. 22.9.2010 rv 248371).

La motivazione posta a base della liquidazione è contenuta nella dettagliata ricostruzione dei fatti operata nella sentenza di primo grado e nel richiamo, contenuto nella sentenza di appello, non solo alla somma pattuita, ma ai danni di natura biologica ed esistenziale.

E’ legittimo del resto il ricorso del giudice a criteri equitativi nella quantificazione del danno risarcibile ove in esso non siano rinvenibili componenti patrimoniali suscettibili di precisa determinazione. (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 43053 del 30.9.2010 dep. 3.12.2010 rv 249140).

Il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile.

Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonchè – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di mille Euro, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille alla Cassa delle ammende.

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