Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 18-11-2010) 17-02-2011, n. 5859

Svolgimento del processo

La Corte d’Appello di Torino, con sentenza del 15 dicembre 2009, in parziale riforma della sentenza del Tribunale monocratico di Torino, aveva assolto D.S.C. dal reato di cui agli artt. 110 e 81 cpv. c.p., art. 609 bis c.p., comma 2, n. 1 perchè il fatto non sussiste e dai reati di cui all’art. 81 cpv. c.p. e art. 614 c.p., comma 1 e di cui all’art. 624-bis c.p.e art. 625 c.p., n. 1) per non aver commesso il fatto ed ha rideterminato la pena in anni quattro e mesi nove di reclusione ed Euro 3.800 di multa, per i restanti reati di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione di M.E., persona in stato di inferiorità psichica (ritardo intellettivo per atrofia cerebrale e disturbo di personalità) e lesioni personali in danno dello stessa, aggravati dalla recidiva specifica ed infraquinqunnale, fatti commessi in Torni ed altrove dal luglio alla prima decade dell’agosto 2005; ha invece ridotto ad anni uno mesi cinque di reclusione ed Euro 2.100 di multa la pena inflitta a D.G., per i reato di concorso con il D.S. nel reato di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione.

Avverso la sentenza hanno proposto due ricorsi di contenuto analogo gli imputati chiedendone l’annullamento con rinvio per i seguenti motivi: 1. Mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione (art. 606 c.p.p., lett. e)).

I ricorrenti hanno evidenziato la totale assenza di prove accusatorie che era stata già richiamata nelle doglianze dell’appello.

La Corte avrebbe erroneamente motivato (pag. 49) che la M. “non risulterebbe essersi prostituita in passato, essendosi decisa a scendere sul marciapiedi solo dopo – e di conseguenza – alla conoscenza colla coppia D.S., D.”, senza menzionare quanto richiamato nella sentenza di primo grado a pag. 9, che al primo incontro con il D.S. la M. aveva ricevuto la somma di cinque Euro in pagamento della prestazione sessuale (e non per un prestito, secondo quanto affermato dalla M.). Così come non è stato affatto preso in debita considerazione un altro aspetto probatorio rilevante, emerso dalle registrazioni ambientali laddove il D.S. ebbe ad apostrofare la M. con il termine di “puttana”; nè in riferimento alla circostanza di fatto che la M. avesse continuato a prostituirsi anche dopo la denuncia e l’arresto del ricorrente. Per quanto attiene all’attività di sfruttamento degli imputati, la Corte avrebbe motivato unicamente in riferimento allo stato di povertà. La Corte avrebbe collegato la condotta di induzione operata dal D.S. al coinvolgimento sentimentale della M. per lui, quanto invece è la delusione affettiva patita dalla stessa a costituire il movente della falsa denuncia. In particolare la ricorrente D. lamenta come i giudici di secondo grado non abbiano valutato l’esperienza di meretricio dalla medesima vissuta in passato, nonchè le sofferenze, le ansie, i patimenti e le violenze subite.

Motivi della decisione

I ricorsi, oltre che generici, risultano manifestamente infondati, in quanto sollecitano un riesame nel merito del processo, precluso in questa sede. Nessuna contraddizione può evincersi infatti nella sentenza impugnata che risulta esaustiva e dettagliatamente motivata, avendo argomentato in relazione a tutti gli elementi probatori (incidente probatorio incluso) posti a base dell’affermazione di colpevolezza degli imputati e che fornisce coerente risposta alle censure che furono sollevate nell’atto di appello. In particolare, nella pag. 49 della sentenza, specificamente richiamata nel ricorso, la Corte di appello ha ricostruito la vicenda, evidenziando come la situazione di estrema difficoltà economica della persona offesa aveva consentito agli imputati di approfittarsi di lei, avendo buon gioco anche in virtù dell’infatuazione della M. per il D. S.. La ricostruzione della condotta di induzione fornita dai giudici di entrambi i gradi di giudizio non risulta di certo scalfita dall’episodio del prestito di cinque Euro, del quale è fatta menzione nella parte motiva della sentenza di merito, ed ancor meno dai termini offensivi con i quali il D.S. apostrofò la parte offesa, o dal richiamo alla condotta asseritamente sconveniente tenuta dalla parte offesa dopo l’arresto di D.S., posto che, anche nel caso in cui la circostanza fosse stata vera, la stessa sarebbe stata posta in essere in epoca successiva alla consumazione dei delitti di cui è processo.

Quanto al motivo di ricorso specifico segnalato dalla D., lo stesso, più che censurare la decisione, si risolve nell’enfatizzazione delle circostanze soggettive, le quali sono state già considerate dalla Corte di appello quando ha provveduto alla riduzione del quantum di pena inflitta.

Alla dichiarazione di inammissibilità dei gravami consegue, a norma dell’art. 616 c.p.p., l’onere del pagamento delle spese del procedimento e di una somma di mille Euro a favore della Cassa delle Ammende a carico di ciascun ricorrente.

P.Q.M.

dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e ciascuno della somma di mille Euro alla Cassa delle Ammende.