Trib. Salerno, sez. I, 7 maggio 2010

Repubblica Italiana

In nome del popolo Italiano

Tribunale di Salerno

Il    TRIBUNALE   DI  SALERNO,  I  sezione  civile,  in  composizione

monocratica  nella persona del dott. Antonio Scarpa ha pronunciato la

seguente

SENTENZA

nella  causa  n.  2635/2007  R.G.  in  materia di risarcimento danni,

vertente tra

G.D.U.,  rappresentato  dai  difensori  Avv.  Michele  Pinto  e  Avv.

Renivaldo Lagreca, con procura apposta in atti

e

MINISTERO  DELLA GIUSTIZIA, difeso dall’avvocatura distrettuale dello

Stato di Salerno

Fatto

Ragioni di fatto e di diritto della decisione

Con citazione notificata il 2 marzo 2007 G.D.U. ha proposto domanda nei confronti del Ministero della Giustizia, volta a conseguire dichiarazione di “ingiustezza del periodo di detenzione” per custodia cautelare sofferto dal 20 marzo 2000 al 27 febbraio 2003 e conseguente dichiarazione dell’obbligo del Ministero al risarcimento ex art. 2043 c.c. di ogni ingiusto danno materiale, morale, biologico e psicologico, nonché alla rifusione delle spese sofferte per l’ingiusta detenzione subita. Premetteva il G.D.U. di aver conseguito sentenza di assoluzione per i reati ascrittigli e di non aver ricevuto l’indennizzo previsto dall’art. 314 c.p.p., come da ordinanza della Corte d’Appello di Salerno del 5 marzo 2004, confermata dalla Cassazione con sentenza n. 43949/2005.

Il MINISTERO DELLA GIUSTIZIA chiedeva il rigetto della domanda in quanto inammissibile, perché esulante dai rimedi tassativamente previsti per la lesione del cittadino dall’esercizio delle funzioni giurisdizionali; comunque evidenziava l’infondatezza della azione.

Ritenuta dal terzo giudice istruttore infine designato per la trattazione della presente causa la superfluità delle deduzioni istruttorie, per la sussistenza di questione preliminare assorbente, la causa è passata in decisione all’udienza dell’8 febbraio 2010 a norma degli artt. 281 quinquies e 190 c.p.c.

La domanda è palesemente infondata.

Come detto, il G.D.U. ha invero già sperimentato con esito infruttuoso lo strumento di cui all’art. 314 c.p.p. tale norma prevede invero che chi sia stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, abbia diritto a un’equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave. La disposizione si applica, alle medesime condizioni, a favore delle persone nei cui confronti sia pronunciato provvedimento di archiviazione ovvero sentenza di non luogo a procedere.

La riparazione per l’ingiusta detenzione, come quella per l’errore giudiziario, non ha all’evidenza natura di risarcimento del danno ma di indennità o indennizzo e trova il suo fondamento su principi di solidarietà sociale per chi sia stato ingiustamente privato della libertà personale.

L’origine solidaristica della previsione dei due casi di riparazione non esclude però che ci si trovi in presenza di diritti soggettivi qualificabili di diritto pubblico cui corrisponde, specularmente, un’obbligazione dello Stato da qualificare parimenti di diritto pubblico.

Il criterio seguito dalla legge è dunque chiaramente diretto ad escludere una tutela obbligatoria di tipo risarcitorio, e ciò per intuibili finalità.

Se il legislatore avesse costruito la riparazione dell’ingiusta detenzione come risarcimento dei danni avrebbe dovuto richiedere che il danneggiato fornisse non solo la dimostrazione dell’esistenza della colpa o del dolo nelle persone che hanno concretamente agito, ma anche la prova dell’entità dei danni subiti. Ciò in conflitto però con l’esigenza (fondata non solo sull’art. 24 Costituzione, ma anche sull’art. 5, comma 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo oltre che sull’art. 9, n. 5 del Patto internazionale dei diritti civili e politici) di garantire un adeguato ristoro a chi sia stato comunque ingiustamente condannato o privato della libertà personale.

La tutela indennitaria ex art. 314 c.p.p. rientra quindi tra quelle fattispecie normative in cui il pregiudizio deriva da una condotta conforme all’ordinamento che abbia però prodotto un danno comunque da riparare (cfr. artt. 2045 c.c., art. 2047 c.c., comma 2, art. 843 c.c., comma 2. La riparazione per l’errore giudiziario o per l’ingiusta detenzione è quindi ricostruibile come indennità per “atto lecito dannoso”: atto, cioè, emesso nell’esercizio di un’attività legittima e doverosa da parte degli organi dello Stato, della quale, tuttavia, in momenti procedimentali successivi, sia stata dimostrata (non l’illegittimità ma) l’erroneità o l’ingiustizia.

Vanno pure sottolineate alcune differenze nella disciplina normativa in tema di riparazione per l’ingiusta detenzione rispetto a quella riguardante la riparazione dell’errore giudiziario.

Mentre l’art. 314 c.p.p. parla infatti di “equa” riparazione dovuta per l’ingiusta detenzione, questo aggettivo non compare nell’art. 643 c.p.p. in tema di riparazione a seguito di revisione. La necessità di utilizzare criteri equitativi discende d’altro canto dalla natura indennitaria della riparazione, dovendosi tradurre in termini monetari le conseguenze dell’ingiusta detenzione. Dunque, per la riparazione dell’ingiusta detenzione il criterio risarcitorio di liquidazione dei danni sembra proprio normativamente escluso, sia per l’uso dell’aggettivo “equa”, sia per il riferimento alla sola custodia cautelare subita. Invero, l’art. 314 c.p.p., con il richiamo alla custodia cautelare subita, intende innanzitutto garantire l’indennizzo per il danno derivante dalla mera privazione della libertà personale e dalle dirette conseguenze di questa privazione sul piano delle attività e dei rapporti personali. Peraltro, l’art. 315 c.p.p., comma 3 richiama, in quanto compatibili, anche le altre norme sulla riparazione dell’errore giudiziario e ciò consente di affermare che sia applicabile anche alla riparazione per l’ingiusta detenzione – sempre all’interno del tetto massimo previsto – la possibilità di commisurare l’entità della riparazione non solo alla durata della detenzione ma altresì alle “conseguenze personali e familiari” da essa derivanti (art. 643 c.p.p., comma 1), di cui l’istante dia prova.

Sicchè, nel caso dell’ingiusta detenzione, il “danno” subito si esaurisce nella mera privazione della libertà personale di per sé idonea, da sola, a sconvolgere per un periodo consistente le abitudini di vita della persona. Deve quindi escludersi che tra le conseguenze ulteriori indennizzabili dell’ingiusta detenzione possa essere ricompresa una voce a titolo di danno non patrimoniale, o esistenziale, come deduce l’attore (cfr. Cassazione penale , sez. IV, 11 luglio 2007, n. 39815; Cassazione penale , sez. IV, 25 novembre 2003, n. 2050).

Va a questo punto considerato pure come il procedimento per la riparazione dell’ingiusta detenzione sia giudizio a contraddittorio necessario, che si instaura con la notifica della domanda, a cura della cancelleria, al Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Per quanto detto in ordine alle finalità ed ai limiti della tutela indennitaria per ingiusta detenzione, il provvedimento definitivo di rigetto della domanda ex art. 314 c.p.p. preclude allora l’esperibilità di una successiva residuale azione risarcitoria ex art. 2043 c.c. fondata sulle stesse vicende processuali, quale quella qui proposta dal G.D.U. nei confronti stavolta del Ministero di Giustizia, responsabile a dire dell’attore per i fatti dei magistrati suoi dipendenti e ad esso legati da rapporto organico.

La questione dedotta in lite esula, per come prospettata dall’attore, dall’ambito di operatività della legge n. 117 del 1988, relativa ai danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie, azione che sarebbe stata peraltro sottoposta a giudizio preliminare di ammissibilità (se la domanda venga proposta nei confronti del magistrato che si pretende autore dell’illecito) e soprattutto alla competenza ex art. 4 l. 13 aprile 1988 n. 117 del tribunale del capoluogo del distretto della corte d’appello, da determinarsi a norma dell’art. 11 c.p.p. e dell’art. 1 disp. att. trans. c.p.p.

Si consideri, infine, come tale l. n. 117 del 1988 abbia previsto la responsabilità civile in materia solo per dolo e colpa grave ed abbia all’uopo stabilito che la responsabilità dello Stato per l’attività giudiziaria possa essere fatta valere soltanto con le modalità previste nella normativa medesima: in particolare l’azione di risarcimento deve essere esercitata ai sensi dell’art. 4 nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri (cfr. Cassazione civile , sez. III, 06 dicembre 2006, n. 26060). Quindi nella materia in questione non è configurabile una responsabilità per colpa lieve dell’Amministrazione statale, né esiste una legitimatio ad causam dal lato passivo del Ministero della Giustizia : l’accertata carenza di legittimazione dell’autorità nei cui confronti venga rivolta l’azione è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio

L’esito della lite regola le spese processuali.

P.Q.M.

Il Tribunale di Salerno, ogni diversa istanza, eccezione e deduzione disattesa, definitivamente pronunciando in ordine alla causa in epigrafe

Rigetta la domanda proposta da G.D.U. del MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;

– condanna G.D.U. a rimborsare al Ministero della Giustizia le spese processuali sostenute, che liquida in euro 2.500,00 per diritti ed euro 2.500,00 per onorari, oltre rimborso forfetario spese, IVA e Contr. Cassa prev. Avv..

Così deciso in Salerno il 7 maggio ’10.

Il Giudice dott. Antonio Scarpa