Tariffe forensi: legittime le regole italiane sui “massimi”

Il regime italiano delle tariffe forensi, e in particolare le disposizioni che impongono agli avvocati l’obbligo di rispettare le tariffe massime, torna sotto i riflettori dei giudici dell’Unione, e questa volta – stando alle conclusioni depositate oggi dall’Avvocato generale Mazàk – con qualche possibilità di salvarsi dalle censure sollevate dalla Commissione europea.

Gli illustri precedenti – Il caso in esame segue una scia di precedenti che hanno segnato la giurisprudenza in tema di compatibilità delle tariffe professionali  e del loro sistema di determinazione con il diritto dell’Unione.
Nel caso Arduino (19 febbraio 2002, causa C 35/99), la Corte aveva stabilito che la determinazione della tabella degli onorari e delle indennità forensi si sottraeva alle regole della concorrenza.
Nel caso Cipolla (5 dicembre 2006, cause riunite C 94/04 e C 202/04), l’applicazione del tariffario professionale alle prestazioni stragiudiziali e il divieto di derogare al tariffario professionale era stato giudicato contrario al principio della libera prestazione dei servizi.
Infine, nel caso Hospital Consulting, (5 maggio 2008, causa C 386/07), la Corte aveva stabilito la compatibilità con il diritto dell’Unione della disciplina che vieta di derogare ai minimi tariffari stabiliti per le prestazioni degli avvocati, approvati mediante un provvedimento normativo sulla base di un progetto elaborato da un ordine professionale forense quale il Consiglio nazionale forense, e che vieta parimenti al giudice, quando si pronuncia sull’entità delle spese da porre a carico della parte soccombente in favore dell’altra parte, di derogare a tali minimi.

Le censure della Commissione e la difesa italiana – In particolare, la Commissione contesta e censura non già l’esistenza di tariffe massime obbligatorie in relazione alla liquidazione delle spese da parte dell’autorità giudiziaria, esplicitamente prevista dall’articolo 60 del regio decreto legge (regio decreto legge 27 novembre 1933 n. 1578, convertito nella legge 22 gennaio 1934 n. 36), bensì l’obbligo di rispettare siffatte tariffe nel rapporto fra avvocato e cliente, in quanto tale obbligo limiterebbe la libertà di negoziazione del compenso degli avvocati.
Un tale obbligo costituisce, ad avviso della Commissione, una restrizione alla libera di stabilimento ai sensi dell’articolo 43 del Trattato Ce, nonché una restrizione alla libera prestazione dei servizi ai sensi dell’articolo 49 del Trattato Ce. In assenza di esigenze legate alla tutela di obiettivi di interesse generale e, in ogni caso, per il loro carattere sproporzionato rispetto a detti obiettivi, si tratterebbe in ogni caso di una restrizione ingiustificabile.
Dal canto suo, la Repubblica italiana ha sostenuto che non vi è, nel proprio ordinamento giuridico, un principio che vieti di superare le tariffe massime applicabili alle attività degli avvocati. Soltanto in via sussidiaria essa ha tentato di dimostrare che la prescrizione di limiti tariffari massimi mira a garantire l’accesso alla giustizia, la tutela dei destinatari dei servizi, nonché la buona amministrazione della giustizia.

La premessa errata della Commissione – Accogliendo le osservazioni presentate sul punto dalla Repubblica italiana, l’Avvocato generale Mazàk rileva l’inesattezza della premessa della Commissione, e cioè il presunto divieto di derogare alle tariffe massime.
Difatti, osserva Mazàk, ai sensi dell’articolo 2233 del codice civile italiano (nella sua veste di “lex generalis“) e dell’articolo 61 del citato regio decreto legge (in quanto “lex specialis”), l’accordo fra un avvocato e il suo cliente prevale sulla tariffa forense. Soltanto in mancanza di qualsiasi accordo, la tariffa è applicata al fine di determinare gli onorari di un avvocato in un caso concreto.
Ne discende che l’avvocato e il suo cliente dispongono di una possibilità di determinare, mediante uno specifico accordo, gli onorari dell’avvocato, ad esempio, in funzione del tempo impiegato, del forfait o anche del risultato.

Un indirizzo giurisprudenziale inconferente – Infine, è rimasta inascoltata anche l’atra linea argomentativa della Commissione basata su una giurisprudenza costante della Corte suprema di Cassazione da cui risulterebbe che il divieto di derogare alla tariffa professionale dell’avvocato implica la nullità di qualsiasi accordo in senso contrario fra le parti interessate.
Seguendo sul punto le osservazioni della Repubblica italiana, l’Avvocato generale Mazak ha constatato che i precedenti richiamati, peraltro solo in udienza orale dalla Commissione, riguardavano ambiti normativi completamente diversi o tutt’al più legati alle tariffe minime.
Alcune considerazioni. Stando alla ricostruzione della tesi e delle (insufficienti) prove addotte dalla Commissione a sostegno del proprio ricorso, è ragionevole immaginare che la Corte segua le indicazioni dell’Avvocato generale, respingendo il ricorso.
Ciò non esclude, come i ” precedenti” ci ricordano, che nuove censure siano sollevate sulle ormai ben note tariffe forensi.

Le conclusioni dell’Avvocato Generale

Fonte: ilsole24ore.it – articolo di Riccardo Sciaudone

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

20 − otto =